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A Palazzo Doebbing luci e ombre tra il seicento e oggi. La nuova mostra a Palazzo Doebbing

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Andrea Niccolini

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“Il filo conduttore della mostra è il dialogo tra cose lontane, tra l’arte antica e quella moderna; così come abbiamo fatto nelle precedenti esposizioni”: così il sindaco di Sutri e critico d’arte Vittorio Sgarbi presenta il nuovo evento artistico appena inaugurato a Palazzo Doebbing; un viaggio che propone un balzo dai santi di Mattia Preti alle ballerine di Fortunato Depero, fino alle opere di giovani pittori contemporanei; passando per varie stazioni intermedie novecentesche ognuna delle quali rappresenta un unicum, dalla visionarietà più estrema al recupero e alla reinterpretazione della tradizione. Ha per titolo “Luci e ombre a Sutri” l’esposizione che resterà aperta fino al 10 gennaio del prossimo anno, ideata da Vittorio Sgarbi e prodotta da Contemplazioni.

Inaugurazione della nuova mostra del Museo di Palazzo Doebbing “Luci e ombre a Sutri. Da Mattia Preti a Depero”

Pubblicato da Vittorio Sgarbi su Sabato 8 maggio 2021

Il sindaco di Sutri pone l’accento sui legami, visibili e non, tra l’opera di Mattia Preti (e del fratello Gregorio) e il Viterbese: nativi di Taverna, borgo dell’attuale provincia di Catanzaro, i due artisti erano conterranei e quasi coetanei di Marcello Anania, religioso che arrivò a Roma forse negli anni Trenta del Seicento, per diventare poi vescovo di Nepi e Sutri nel 1654. Era stato con tutta probabilità lo stesso Anania a commissionare a Mattia Preti (a Roma) l’apostolario che fu successivamente smembrato e del quale una parte è giunta – portata dallo stesso Anania quando diventò vescovo nella Tuscia – nel duomo di Nepi.

Sutri riparte nel segno dell’arte con le grandi mostre. Via aspetto domani sabato 8 maggio. Dopo l’inaugurazione il…

Pubblicato da Vittorio Sgarbi su Venerdì 7 maggio 2021

Le luci e le ombre sono dunque innanzitutto quelle dei dipinti di Mattia Preti, interprete del caravaggismo del quale la provincia di Viterbo conserva (nell’abbazia di San Martino al Cimino) anche lo Stendardo processionale, ma sono anche quelle dell’opera “Malinconia” di Ottavio Mazzonis; poi c’è l’ombra buia reale nella quale venne sospinta la vicenda artistica di Julius Evola, il cui legame al fascismo ne causò una “damnatio memoriae” giunta ai giorni nostri. Depero ed Evola sono messi in dialogo l’uno come rappresentante di quel secondo Futurismo che, spiega Sgarbi, “entrò nella vita quotidiana grazie alla pubblicità, all’arredamento, agli allestimenti teatrali, alla moda, all’architettura, all’arte postale”, l’altro come “Kandinskij italiano”, che interpreta l’astrattismo “come una esperienza mistica e iniziatica”. Altri dialoghi proposti dall’esposizione sono quelli tra Alberto Magri e Tullio Garbari, entrambi attivi nei primi decenni del Novecento, entrambi lontani dalle avanguardie; il primo fautore di un ritorno ai pittori primitivi, il secondo “a suo modo neogiottesco” come spiega Sgarbi; e quello tra il pittore e incisore Jean-Pierre Velly (“nelle sue opere la natura parla, ammonisce, spaventa”) e Agostino Arrivabene (“visionario fuori del tempo, prodigiosamente indifferente a ogni stimolo del reale, perlustratore di sogni con compiacimento”). Fra l’altro, ricorda Sgarbi, Velly “morì nel lago di Bracciano 31 anni fa, e il suo corpo non fu mai ritrovato”: le ombre del titolo dell’esposizione in questo caso evocano una vicenda drammaticamente reale.

Lo scenario cambia completamente con le opere di Casimiro Piccolo, aristocratico, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e appassionato di esoterismo, il quale dipinge gnomi e fate come apparizioni, fantasmi che emergono dall’inconscio, più che da boschi e brume.

Infine, l’autore più giovane dell’esposizione: “Un giovane rumeno – spiega Sgarbi – molto sofisticato che ho trovato a Trento”: si tratta di Christian Avram, artista “disarmato e disarmante”, la cui pittura è “un quotidiano non metafisico, un quotidiano e basta”.

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