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Anoressia giovanile, Castelnuovo (Cattolica): «Fenomeno peggiorato con pandemia. Si parte anche dai 10-11 anni»

Intervista a Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia clinica Università Cattolica Milano: «Risultati evidenti con psicoterapia breve strategica»

Come ha influito la pandemia sui disturbi alimentari, in particolare l’anoressia? Quali sono le terapie più adatte ad affrontare, e sconfiggere, il problema? Se ne è discusso nel corso del terzo convegno mondiale Brief Strategic and Systemic Therapy World Network. Sanità Informazione ha parlato con Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia clinica Università Cattolica Milano.

Professore, ci può dire se negli ultimi tempi, a causa della pandemia, il problema dei disturbi alimentari è aumentato?

«Purtroppo la pandemia ha influito in senso negativo. Si stima un aumento di circa il 30% dei disturbi del comportamento alimentare. Aumento dovuto non ad un effetto diretto del Covid, che non ha una correlazione in questo senso, quanto piuttosto all’isolamento e a tutte le restrizioni causate dal virus. Sostanzialmente, si sono rotte delle abitudini. E quindi le persone sono state per molto più tempo a casa, magari in famiglie che potevano generale una serie di problemi. In tanti hanno avuto un rapporto diverso con il cibo. Il fatto stesso di trovarsi più spesso in cucina e avere maggiori possibilità di accedere alle scorte alimentari ha portato ad uno stravolgimento degli equilibri. Pensiamo anche al fatto che ci si poteva “monitorare” più spesso allo specchio e che non i è potuto fare determinate attività, come ad esempio uscire semplicemente di casa, che avrebbero potuto scaricare alcune tenzioni. Questa rottura degli equilibri ha portato ad un peggioramento di situazioni cliniche già esistenti o all’insorgenza di nuovi disturbi».

Come vengono affrontati in Italia questi problemi?

«Le strutture rispondono a vari livelli: da quello più critico, che è sostanzialmente il ricovero in pronto soccorso, fino a livelli crescenti che vanno dalla situazione più semplice, ovvero l’accesso ambulatoriale multidisciplinare con vari professionisti, al “day hospital”, dove c’è un trattamento più intensivo ma che non arriva al ricovero, fino appunto ai ricoveri, che possono essere riabilitativi o di emergenza, come scenario estremo. In tutti questi livelli, il problema in Italia è che non sono distribuiti in tutte le regioni. Non sono presenti in tutte le realtà. E può succedere che una persona esca da un livello di trattamento e si ritrovi senza punti di riferimento. Per questo è molto importante la connessione, ad esempio, con la rete dei terapeuti strategici perché molto spesso un paziente può aver bisogno di continuare una psicoterapia individuale, e il fatto che ci sia una rete che sia predisposta a continuare questo percorso è fondamentale»

Che risultati avete ottenuto con la terapia breve strategica in tutti questi anni?

«Il metodo della terapia breve strategica ha sempre più evidenze. Abbiamo presentato oggi i risultati a sei mesi e a un anno, ovvero il followup del progetto realizzato insieme all’Istituto Auxologico Italiano che ha dimostrato l’efficacia di queste terapie anche in confronto con le terapie di riferimento, i cosiddetti “gold standard”. Sono stati presentati anche dei risultati interessanti sull’ anoressia e sulle ultime evoluzioni, soprattutto il fenomeno dell’anoressia giovanile: l’anoressia ormai parte anche nell’età prepuberale, ovvero verso i 10-11 anni. Età che una volta non erano assolutamente considerate compatibili con l’anoressia. È evidente che il fenomeno oggi si presenta anticipatamente. In tutti i protocolli viene ribadita l’importanza di coinvolgere anche la famiglia del soggetto anoressico, in quanto molto spesso, bloccando alcune dinamiche familiari, si può arrivare a buoni risultati».

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