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Calcio e imprenditori: un binomio tutto italiano da preservare

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Roma, 27 feb – Riavvolgendo il nastro dei ricordi, i ragazzi cresciuti a cavallo degli anni ’80 e ’90 ci potranno raccontare di un’Italia che si apprestava a diventare la quarta economia mondiale. Guidata da politici “professionisti” e preparati, figure machiavelliche che seppero far convivere efficacemente autonomia privata e intervento pubblico. In questo contesto la nostrana classe imprenditoriale si toglieva lo sfizio di sedersi nelle stanze dei bottoni dei più importanti club. Berlusconi, ad esempio, fece le fortune del Milan, Ferlaino quelle del Napoli. Oppure Mantovani che portò la Sampdoria al punto più alto della sua storia. Discorso a parte meriterebbe la famiglia Agnelli, al timone da quasi cent’anni della squadra più titolata d’Italia. Impossibile poi riepilogare tutti gli imprenditori “minori” del calcio che trovarono alterni successi sul rettangolo verde. Personaggi a volte folkloristici, come Edmeo Lugaresi storico patron del Cesena, esportatore ortofrutticolo con “qualche” difficoltà nell’esporre in italiano.

Imprenditori e calcio: dal pallone “artigianale” alla speculazione

Il paradigma, portato ai nostri giorni, da una parte vede uno Stato disertore, espressione di una classe politica che a stento coniuga il congiuntivo, e dall’altra, sul versante prettamente sportivo, ci porta in dote presidenti, magari poliglotti, ma sempre più legati al mondo dell’alta finanza. Emblematiche in tal senso le parole di Massimo Moratti, il quale spiega che “una famiglia è meglio di un fondo ma le società hanno dimensioni che non sono più consentite a una persona”. Concetto ribadito anche da Pellegrini, altro ex presidente nerazzurro.

I tifosi, passato il tempo degli imprenditori del calcio, stanno perciò imparando a conoscere i fondi di private equity. In principio fu “grazie” al Milan, acquistato nel 2018 dagli statunitensi di Elliott. Più recentemente, precisamente nell’autunno scorso, per la trattativa dei diritti televisivi. Nelle ultime settimane si rincorrono frenetiche le notizie sul forte interessamento di BC Partners nei confronti dell’altra squadra meneghina, l’Inter. La proprietà cinese – il colosso della vendita al dettaglio di elettrodomestici Suning – sta facendo i conti con i diktat del governo di Pechino che ha letteralmente chiuso i rubinetti agli investimenti calcistici esteri. Decisione, quella della Repubblica Popolare, che anticipa il prevedibile flop del progetto trentacinquennale di sviluppo del calcio sinico che prevede, tra le altre cose, la vittoria del Mondiale entro il 2050.

Questi investitori istituzionali, oltre alla Serie A, stanno mettendo gli occhi – e a breve gli artigli – anche sulla francese Ligue 1 e sulla tedesca Bundesliga. Infatti i tre campionati, che possono comunque contare su squadre di assoluto prestigio internazionale come Juventus, PSG e Bayern Monaco, non sono ancora stati capaci di generare profitti paragonabili ai più ricchi inglesi della Premier Leauge. Le perdite dei club ormai sono un fenomeno globale e non stanno risparmiando nemmeno “macchine da soldi” del livello di Real Madrid e Barcellona.

I conti non tornano…

I cosidetti “fondi” effettuano investimenti mirati per ottenere, mediamente entro un lustro, una plusvalenza. Termine con cui, peraltro, i commercialisti del pallone nell’ultimo decennio hanno preso dimestichezza. Quando la struttura dei costi è rigida – la principale voce di spesa, gli stipendi dei calciatori, non subirà shock al ribasso nel breve termine – la via maestra per sistemare i conti di una qualsiasi impresa è senza dubbio quella di cercare nuovi profitti. Nella specificità del calcio, riapertura degli impianti permettendo, l’investimento più remunerativo al riguardo sarebbe lo stadio di proprietà.

In Italia attualmente solamente 5 strutture rientrano in questa cerchia. Parliamo dello Stadium di Torino, del Gewiss di Bergamo, del Mapei di Reggio Emilia, della Dacia Arena di Udine (concessione di 99 anni a partire dal 2013) e dello Stirpe di Frosinone (diritto di usufrutto concesso dal comune al team frusinate). Non è un caso che, oltre all’indiscutibile ritorno economico, i primi 3 citati possono idealmente vantare anche importanti traguardi sportivi. Nove scudetti consecutivi della Juventus, il miracolo atalantino e l’oramai presenza fissa del Sassuolo nella massima competizione nazionale.

Una diversa opzione volta a diversificare le entrate, e che ogni tanto ritorna di moda, è quella dell’azionariato popolare. La diffusione della proprietà presso i tifosi, allo stesso tempo investitori e dirigenti, non ha mai però fatto veramente breccia nel cuore degli appassionati italiani. Qualche buon risultato si registra in Spagna e soprattutto in Germania. Il già citato Bayern, ad esempio, per il 73% è in mano alla tifoseria con Audi, Adidas e Allianz che si dividono la restante fetta di torta con un 9% a testa.

La soluzione? Troviamola in casa

Legato a filo doppio con il sistema economico, di cui esso stesso fa parte, il mondo del professionismo ha subito in questi anni stravolgimenti imposti dalla globalizzazione. A maggior ragione quando in gioco ci sono sia i numerosi posti di lavoro di tutto l’indotto sia la passione viscerale di milioni di tifosi la risposta non può essere globale, deve essere nazionale. Un ipotetico sistema aziendale con il core-business in Europa, parte della proprietà oltreoceano e il centro decisionale nell’estremo oriente non è sostenibile nel lungo periodo.

Se nella prima metà del secolo scorso l’imponente edilizia pubblica finalizzata alla costruzione di impianti sportivi contribuì alla capillare diffusione del calcio e – soprattutto – all’abbattimento dei nefasti effetti della grande depressione, nell’Italia post Covid-19 si deve giocoforza ripartire da un progetto di largo respiro che possa permettere nuovamente ai medio grandi imprenditori di tornare nel calcio. Investendo nelle squadre di serie A, B e Lega Pro.

La storia, che come una spirale si ripresenta sempre ma a livelli diversi, ci insegna che possiamo ambire al nostro posto al centro del mondo – calcistico e non – solo quando pubblico e privato operano in sinergia. L’alta finanza, senza scrupoli nel mandare in default intere nazioni, non ci penserà due volte quando le converrà bucare il pallone.

Marco Battistini

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