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Gianni Agnelli: il secolo dell’Avvocato. Il potere, le donne, la Fiat (e lo sport) – Corriere della Sera

Invidiava i commilitoni più grandi, che avevano l’età per andare alla guerra di Spagna; e a chi era tanto ingenuo da chiedergli su quale fronte l’avrebbe fatta, rispondeva che un ufficiale piemontese di cavalleria va alla guerra dalla parte del suo Paese, quindi con Franco e non con gli anarchici e i comunisti. Sulla scrivania aveva una foto della polizia a cavallo che carica i dimostranti. Eppure con i capi del sindacato e i segretari del Pci coltivò un rapporto anche personale. Il motivo era questo: mentre considerava il fascismo estraneo a Torino, «città francese» come l’aveva definita il Duce di fronte alla fredda accoglienza nella nuova grande fabbrica di Mirafiori, l’Avvocato pensava il comunismo italiano come una cosa essenzialmente torinese; suo nonno aveva dovuto vedersela con Gramsci e Togliatti, lui con Lama e Berlinguer.

Torino e Mirafiori città-fabbrica
Torino era il centro dell’universo di Giovanni Agnelli, e non solo perché vi era nato, questo stesso giorno di cent’anni fa. Da Torino, dalla città-fabbrica traeva la propria forza, da quella Mirafiori che Giorgio Bocca paragonava alla città dell’Apocalisse, con le mura e i sotterranei, dalle vie squadrate e dalle ventitré porte spesso affollate di sovversivi venuti a incontrare o sobillare gli operai, che negli Anni ’70 a migliaia percorrevano i reparti brandendo una spranga di ferro e scandendo: «Agnelli, l’Indocina/ ce l’hai nell’officina!». Era insomma quella Gerusalemme terrena una fonte di guai, e anche di violenze e di lotte, chiuse solo dalla marcia dei 40 mila (14 ottobre 1980); ma era anche una fonte di potere e di legittimazione, che consentiva all’Avvocato di andare a Roma a parlare con il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio da pari a pari, anche perché i politici cambiavano, ma il capo della Fiat restava sempre lui.

I manager Fiat e la dinastia (che prevale)
Certo, Agnelli non amava e forse non sapeva esercitare la forza in prima persona. Quando nel 1946 Vittorio Valletta gli aveva detto «ci sono soltanto due possibilità, o fa lei il presidente o lo faccio io», aveva risposto «professore lo faccia lei»; e per vent’anni il professore «cit e gram», piccolo e cattivo, aveva comandato in fabbrica; ma poi aveva dovuto cedergli il posto, annunciando che «da oggi Gianni Agnelli non è più solo il nipote di suo nonno» (al che gli chiesero: «Lei Valletta cosa pensa di fare adesso?». «Morire il più presto possibile» fu la risposta. Venne accontentato l’anno dopo, Gianni e Umberto Agnelli erano in vacanza nel Pacifico, dovettero muoversi i marines per avvertirli che il professore era morto sul serio. Rientrarono subito a Torino).
Dopo Valletta, e dopo i cento giorni di Carlo De Benedetti, l’uso della forza era toccato a Cesare Romiti; ma anche lui, che pure aveva Cuccia alle spalle, alla fine era stato costretto a lasciare. E’ il destino dei manager Fiat: avere un grande potere, ma poi cedere il passo alla famiglia, alla dinastia.

La guerra in Russia, in Africa e l’8 settembre
La vicenda di Giovanni Agnelli però non riguarda solo l’economia. Non era soltanto il padrone del più grande gruppo industriale italiano. Nella propria biografia, nei suoi chiaroscuri riassumeva un secolo di storia del Paese, che lui aveva attraversato quasi per intero. Nato nell’ultimo anno dell’era liberale, il 1921, di cui aveva ricevuto l’impronta attraverso il nonno senatore e il precettore Franco Antonicelli – che un giorno non era potuto venire a casa perché era stato arrestato dalla polizia fascista -, cresciuto nel ventennio del regime, conobbe la Seconda guerra mondiale sul fronte russo prima e su quello africano poi (dove il carro armato davanti al suo, su cui stava il comandante, il colonnello Lequio, fu falciato da uno Spitfire inglese). Dopo l’8 settembre passò le linee per unirsi alla divisione Legnano, i soldati italiani che combattevano con gli americani, ed ebbe un grave incidente stradale con la sorella Suni da cui uscì con una gamba a pezzi.

Da Parigi a New York, da Kissinger a Rockefeller
Attraversò da protagonista la dolce vita degli anni Cinquanta, il miracolo economico dei Sessanta, la rivolta e la mimesi di guerra civile dei Settanta, la modernizzazione degli Ottanta, la mondializzazione dei Novanta. Le sue città di elezione erano Parigi e New York, i suoi interlocutori erano Jacques Delors, il banchiere André Meyer, Henry Kissinger, David Rockefeller, cui telefonò per annunciare che aveva ricomprato con l’aiuto di Goldman Sachs il Rockefeller Center che era finito ai giapponesi.

Però il centro del suo universo era, e rimase sempre, Torino. Con la nonna, Princess Jane, parlava inglese; ma dal nonno senatore aveva imparato il piemontese, e ogni tanto con Gianluigi Gabetti si scambiavano giudizi in dialetto, «chiel lì l’è ‘na masnà», quest’uomo è un immaturo, un bambino. Solo che la Torino di Agnelli non era quella di oggi, con la movida e i funghi per riscaldare i dehors; era la Torino della scuola di cavalleria di Pinerolo, dei contadini di Villar Perosa divenuti operai, dello spirito geometrico di organizzazione e di quello gerarchico di disciplina che salda cultura industriale e tradizione militare. Una Torino novecentesca con le radici affondate nell’Ottocento, in cui corso Matteotti dov’era la casa di famiglia si chiamava ancora corso Oporto, dov’era andato a morire in esilio Carlo Alberto. Era insomma, la sua, una Torino ideale, un po’ immaginaria, attraversata in corse spericolate per andare a vedere la Juve allo stadio, diversa da quella dei conflitti tra operai e capisquadra e tra meridionali e piemontesi, dove la piccola borghesia tifava Toro e non amava la grande fabbrica che aveva stravolto la città; e anche i tifosi della Juve non capirono quando il Napoli vinse il primo scudetto e l’Avvocato disse che era giusto così, che quel trofeo finisse finalmente al Sud.

L’Italia e Torino
Oggi Torino è una città italiana, nel bene e nel male, ma tra Torino e l’Italia Agnelli amava distinguere: «L’Italia digerisce tutto, la sua forza sta nella mollezza degli apparati, nella pieghevolezza degli uomini politici, nella capacità di adattamento degli italiani – disse a Eugenio Scalfari -. Un materasso, il sistema italiano. Pasolini avrebbe detto una ricotta. E noi torinesi ci siamo sempre sentiti un po’ stranieri proprio per questo: siamo una gente montanara. Torino ricorda le antiche città di guarnigione, i doveri stanno prima dei diritti, l’aria è fredda e la gente si sveglia presto e va a letto presto, l’antifascismo è una cosa seria, il lavoro anche e anche il profitto».
Poi certo lui della «città di guarnigione» che va a letto presto si stancava, e allora faceva l’alba in Costa Azzurra, oppure scendeva a Roma al Grand Hotel dove il mercoledì riceveva Valletta sceso in vagone-letto, lo invitava a restare a cena ma quello tirava fuori un temperino e una mela, la sbucciava e poi andava a piedi alla stazione Termini, per essere in fabbrica a timbrare il giovedì mattina.

Lo sport e le donne come scuola di formazione
Di Agnelli ha detto Oddone Camerana, – il cugino scrittore, già responsabile della pubblicità Fiat – che dopo la guerra le sue scuole di formazione erano state lo sport e le donne. Lo sport da praticare anche con qualche rischio, lo sci sul versante più difficile, lo skeleton – una specie di slittino su cui si va a testa in giù –, le mattine di inizio primavera sulla neve, quindi in elicottero sul Mar Ligure, un bagno nelle acque ancora fredde per poi rientrare a Torino nel pomeriggio.
E le donne da prendere, lasciare, riprendere, senza sentimentalismi, perché come testimoniava Gabetti «Agnelli non ha mai detto né pensato che si innamorano solo le cameriere, però sentimentale non era».
Non era neppure moralista, però quando un direttore della Stampa gli propose di appendere al muro dei predecessori anche le foto di coloro che avevano guidato il giornale al tempo del regime, rispose che non era il caso (anche perché tra loro c’era Curzio Malaparte, che non amava).

I lutti e il commiato
Due morti premature avevano aperto e chiuso la sua vita. Suo padre rimase ucciso in un incidente aereo quando lui aveva undici anni: l’idrovolante pilotato dall’asso Ferrarin urtò un tronco nel mare di Genova, l’elica lo colpì alla nuca. Suo figlio si gettò da un viadotto della Torino-Savona. Entrambi si chiamavano Edoardo. Ancora in tarda età, l’Avvocato ricordava il contrasto tra il funerale del padre, affollatissimo, e quello del nonno, deserto, nel Piemonte del primo inverno del dopoguerra, in cui tirava aria di epurazione e Amendola aveva annunciato in sala mensa a Mirafiori la condanna a morte di Valletta.
Quando morì, nel gennaio 2003, all’Avvocato toccò un funerale più simile a quello del padre. Romiti rimase in piedi tutto il tempo, per la disperazione della moglie di Paolo Fresco che dietro di lui non vedeva niente. I torinesi si erano messi in coda al Lingotto per rendere omaggio al feretro, benché non ci fosse nulla da vedere, se non un legno, e la fila era durata sino all’alba, come accade a una città che di notte è (era) abituata a lavorare, che organizza i propri orari e ritmi su quelli della fabbrica. Ma prima non era stato risparmiato ad Agnelli il dolore di seppellire l’unico figlio maschio. E quel giorno, fuori dal cimitero di Villar Perosa, il saluto ai fotografi da dentro la macchina – la mano portata di taglio sulla fronte – non era il gesto del collezionista d’arte, del padrone della Juve, del playboy, di tutto quello che lui era anche stato; era un saluto militare. Quasi un congedo.

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