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Inchiesta mascherine. Gli arrestati danno la colpa ai cinesi


Sono comparsi ieri, 9 marzo, davanti al gip per gli interrogatori di garanzia Andelko Aleksic, Domenico Romeo e Vittorio Farina, i tre imprenditori agli arresti domiciliari da una settimana con l’accusa di aver venduto mascherine fuorilegge alla Regione Lazio attraverso la ditta European Network Tlc. Andelko Aleksic e Vittorio Farina hanno risposto alle domande del giudice, sostenendo di non aver avuto alcun elemento per dubitare che le mascherine fossero a norma e scaricando la responsabilità sui fornitori cinesi.



Il contratto per la fornitura, sottoscritto il 17 marzo 2020 tra Aleksic e Carmelo Tulumello (quest’ultimo, responsabile della Protezione civile del Lazio non indagato), prevedeva la fornitura di 5 milioni di mascherine per un importo complessivo di 21.325.000 euro di cui 17.500.000 come importo netto e 3.850.000 di IVa. Il fornitore ottiene il 20 marzo, a seguito della presentazione di garanzia fideiussoria, il bonifico del 50% dell’importo netto spettante: 8.750.000 euro. I problemi cominciano ad emergere quando vengono effettuate le prime consegne nelle date previste tra il 31 marzo e il 7 aprile. Come ricostruito dall’ordinanza della Procura di Roma: “il 31 marzo, esce dai cancelli della Dogana la prima partita di Dpi. In quell’occasione i dispositivi non hanno la marcatura Ce prevista dalla legge e dal contratto.

 Il 7 aprile arriva un altro carico, questa volta con marcatura Ce non idonea. Nonostante questo, dopo il primo bonifico di 8.750.000 euro del 20 marzo, ha effettuato il 3 aprile 2020 un altro bonifico di medesimo importo per completare il pagamento ancor prima dell’arrivo, presso il sito della Protezione civile, dell’intera fornitura di mascherine. Per adesso dunque gli indagati stanno sostenendo di essere all’oscuro sulla regolarità delle mascherine importate dalla Cina, Per loro, viste le rassicurazioni dei fornitori, era tutto in regola e dunque hanno fatto arrivare i dispositivi ritenendo che fossero idonei.

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