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International Women’s Week, la crisi delle sex worker in Olanda. Moira Mona: «Nessuna tutela dal governo»

Nella parte storica di Amsterdam, a fianco della chiesa più antica della città, la Oude Kerk, c’è un piccolo monumento dedicato alle lavoratrici del sesso: si intitola “Belle”, è una donna in vetrina. Sul basamento una frase invita a rispettare tutte le sex worker e i sex worker del mondo. Una di loro si chiama Moira Mona. Olandese di nascita, vive nella capitale. Oggi ha 30 anni e ha «consapevolmente» scelto di lavorare con il sesso quando ne aveva 18: «Dovevo scegliere se vivere con il salario minimo – 5 euro l’ora – o guadagnarne 5 volte di più lavorando come webcam girl».

Così è cominciata la sua avventura nel mondo del sex work, davanti all’obbiettivo di una videocamera. Col tempo l’attività ha preso piede, «anche se per un po’ mi sono fermata per fare altro, per capire se prostituirmi era quello che volevo davvero. Ho lavorato nel marketing, in un call center, in un negozio di abbigliamento. Alla fine sono tornata al mio mondo, perché qui posso essere libera. Libera di fare quello che voglio e come voglio. Posso dedicarmi a quello che mi piace e organizzare il mio tempo come credo».

Moira ha aperto un sito web con le sue foto, si è specializzata in massaggi erotici e pratiche di bondage e sadismo. «Sono una dominatrice professionista», racconta. Detesta l’idea raccontata in film e romanzi della prostituta che è anche psicologa, che è lì per ascoltare i turbamenti e gli strazi dei clienti: «Io sono la loro fata madrina», dice. E i clienti? Chi c’è dall’altra parte? «Gli incontri che avvengono sono sempre diversi. Ho fornito prestazioni a neo diciottenni ma anche a uomini di 80 anni. Lavoro con donne, uomini, persone con identità di genere non binaria. Ma anche con transgender, con moltissime coppie».

«Alcuni sono studenti alla loro prima esperienza con la prostituzione. Altri sono dirigenti, amministratori delegati d’azienda che non hanno il tempo di organizzare un appuntamento con qualcuno; ci sono le coppie, sposate, fidanzate, che hanno solo voglia di esplorare qualcosa di nuovo. Altri sono espertissimi di bondage. Alcune persone impegnate in una relazione si presentano da sole, senza il partner che però sa che il compagno o la compagna di vita cerca altro al di fuori della storia d’amore».

La prostituzione in Olanda

EPA/EVERT ELZINGA | Modelle nel quartiere a luci rosse di Amsterdam

La parola d’ordine per svolgere il mestiere di sex worker, in Olanda, è licenza. Se hai una licenza «hai la strada spianata», dice Moira. Nel 2000 i Paesi Bassi hanno stabilito che prostituirsi è un mestiere a tutti gli effetti, e quindi per questo legale. I professionisti del settore devono registrarsi presso la Camera di commercio olandese in modo da poter pagare le tasse e ottenere una licenza. Una volta registrati, possono affittare uno spazio in un bordello, il che può avere un costo elevato. A loro volta i bordelli devono ottenere una licenza dai consigli comunali locali per operare. Per questo motivo i proprietari delle attività devono avere una reputazione impeccabile: diversamente le città dei Paesi Bassi possono chiudere le strutture se sospettano che ci siano di mezzo attività criminali.

La proposta della sindaca di Amsterdam

EPA/EVERT ELZINGA | Quartiere a luci rosse, Amsterdam

La sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, ha proposto di trasferire le prostitute da De Wallen – il famoso quartiere a luci rosse della cittadina – in un grande edificio fuori dal centro città. La posizione esatta è ancora sconosciuta e Halsema ha detto che ci vorranno dai tre ai dieci anni per costruirlo. Per ora, la maggioranza del consiglio comunale sostiene la mozione. La sindaca ha giustificato la cosa spiegando che le lavoratrici e i lavoratori del sesso a De Wallen hanno a che fare con turisti aggressivi, nonché con lavoro sessuale illegale e traffico di esseri umani, e che se lavorassero tutti nello stesso edificio sarebbe più facile fornire loro supporto. 

Controversie

Sulla proposta di Halsema, il mondo di chi fa sex work è diviso. Per Moira la questione è semplice, non è detto che il passaggio dai bordelli all’edificio in questione sia immediato: «Potrebbero volerci anni, come potrebbe non accadere mai», dice. «Se chi fa sex work viene mandato via dagli spazi presi in affitto, potrebbe anche decadere la licenza per poter svolgere legalmente il lavoro». Senza uno spazio da affittare e senza una licenza, «saremmo costretti magari a lavorare illegalmente, in casa. E questo sarebbe un rischio. Alcuni clienti abusano del loro potere con le prostitute illegali perché sanno che non possono rivolgersi alla polizia. Non mi sento per nulla tutelata dal governo del mio Paese. Quando ho un problema preferisco rivolgermi alle colleghe».

Sex work e Covid

Amsterdam

Ma non è solo la prospettiva del vuoto di tutela ad agitare le lavoratrici e i lavoratori del sesso in Olanda. Il premier Mark Rutte continua a tenere chiusi i bordelli, a causa del Coronavirus, mentre allenta le misure per decine di ristoranti e caffè. Rutte ha affermato che il suo governo autorizzerà la riapertura di parrucchieri, centri massaggi, ma la prostituzione subirà ancora uno stop per «la natura specifica del lavoro, il che significa contatti molto stretti e possibilità di trasmissione del virus».

Con l’attività in frenata, chi si prostituisce non gode nemmeno di un aiuto economico da parte dello Stato. Per Moira, che la scorsa settimana era in prima fila a una manifestazione contro il governo, è «follia»: «Abbiamo un protocollo di igiene rigoroso, sappiamo bene come comportarci coi clienti, e siamo professioniste che usano tutte le precauzioni per la trasmissione di virus. Riaprono addirittura gli agopunturisti e i massaggiatori. Quindi puoi fare un massaggio alla schiena ma non puoi toccare un pene. Strano, no?».

Video di OPEN | Illustrazione di Sonia Cucculelli

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