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L’Italia si svuota di studenti Usa per Covid19: si cerca la luce in fondo al tunnel

Almeno fino al 6 aprile prossimo (ma la scadenza verrà rinnovata quasi sicuramente), nessun cittadino statunitense può venire in Italia per turismo. Però lo può fare per studio e c’è una importante novità per l’intero settore dello “Study Abroad”: il governo italiano ha modificato il testo unico sull’immigrazione (art. 38 bis) inserendo la dichiarazione di presenza allungata da 90 fino a 150 giorni per gli studenti delle filiazioni in Italia di università e istituti superiori di insegnamento a livello universitario.

Gli Stati Uniti sono la principale destinazione al mondo per gli studenti internazionali, ma sono anche uno dei principali “esportatori” di studenti universitari, i cosiddetti “Study Abroad”. Durante l’anno accademico 2018-2019, quasi 400.000 studenti americani hanno studiato all’estero per ottenere crediti accademici, (secondo il rapporto pubblicato dall’Institute of International Education IIE). Quali sono state le loro destinazioni internazionali?

Ed è qui la grandissima sorpresa. L’Italia è in vetta alle destinazioni, solamente una spanna sotto ad un paese come il Regno Unito che, però, vanta uno storico vincolo culturale e linguistico con gli Stati Uniti!

U.S. students studying abroad in academic year 2018-19 (fonte Statista.com)

Perché l’Italia piace così tanto agli studenti USA? Certamente per l’arte, la storia, la cultura, così come per il divertimento, il lifestyle e la enogastronomia, ma anche per fattori importantissimi per le famiglie americane: la sicurezza e il basso tasso di criminalità delle città italiane, il sistema sanitario universale, la disponibilità di location uniche (palazzi, ville) per accogliere le migliori Università internazionali, un sistema di servizi organizzato (accommodations, trasporti, hospitality, etc.). Non ultima la posizione strategica dell’Italia al centro dell’Europa che permette agli studenti in due ore di volo raggiungere capitali come Madrid, Parigi, Londra, Atene, Berlino, Amsterdam, Praga.

Da un punto di vista organizzativo, non bisogna confondere le strutture e le modalità dello “studying abroad” statunitense con quelle, ad esempio, del progetto Erasmus europeo: gli americani normalmente non si iscrivono a università italiane, ma a sedi distaccate degli atenei di origine. I corsi e le lezioni sono organizzati autonomamente secondo i programmi e le modalità delle università americane, anche se tenuti in lingua italiana. Il 65% dei corsi seguiti è costituito da programmi brevi (Summer School o inferiori alle otto settimane), il 33% da corsi semestrali e solo il 3% da corsi annuali.

Ora, bene, con la pandemia un settore – che conta in Italia circa 165 sedi permanenti di Università e College statunitensi, canadesi e australiani, con circa 12.000 addetti fra personale docente e non docente – è letteralmente in ginocchio.

Studentesse universitarie (wikimedia.commons)

A fine febbraio 2020 le sedi centrali delle università americane – in brevissimo tempo – rimpatriarono negli USA i loro studenti. La Nazione di Firenze scriveva il 3 marzo 2020, esattamente un anno fa “Coronavirus, studenti americani in fuga. L’85% ha lasciato la città”. In due settimane l’Italia si svuotò di studenti. Nel 2020 – come scrive Silvia Pieraccini su “Il Sole 24 Ore” – “è come essere stati investiti dallo tsunami e rischiare di perdere (anche) le competenze per la ricostruzione. Le competenze sono quelle dei docenti che insegnano nelle Università americane in Italia, più di 160 istituti concentrati a Roma e Firenze letteralmente spazzati via dalla pandemia: sedi chiuse, ritorno forzato degli studenti negli Stati Uniti nel marzo-aprile scorso e prospettive di riapertura delle scuole che slittano di settimana in settimana fino a sfiorare il 2022. Un settore strategico, che alimenta un giro d’affari stimato in circa 800 milioni di euro, è ora completamente congelato”.

Almeno fino al 6 aprile prossimo (ma la scadenza verrà rinnovata quasi sicuramente), nessun cittadino statunitense (come il resto di extra UE) può venire in Italia per turismo. Però lo può fare per studio e c’è una importante novità per l’intero settore dello “Study Abroad” e per addetti ai lavori e gli Study Abroad Program Coordinators che ci leggono dagli Stati Uniti (e non solo): il governo italiano ha modificato il testo unico sull’immigrazione (art. 38 bis) inserendo la dichiarazione di presenza allungata da 90 fino a 150 giorni per gli studenti delle filiazioni in Italia di università e istituti superiori di insegnamento a livello universitario. Significa che, se gli studenti stranieri si fermano in Italia più di tre mesi, ma meno di sei, non dovranno più chiedere il permesso di soggiorno. Una misura applaudita anche dall’AACUPI, Association of American College and University Programs in Italy, associazione di cooperazione universitaria e culturale tra Italia e Stati Uniti con la rappresentanza di oltre 150 università americane presenti in Italia. Una correzione normativa che semplifica la burocrazia per decine di migliaia di studenti extra-UE che ogni anno vengono in Italia per un semestre di studio.

Nel 2021 non sarà come negli anni precedenti alla pandemia, quando le città italiane pullulavano di studenti internazionali, ma almeno si intravede una luce in fondo al tunnel.

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