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Milano, il ruolo dei volontari di strada per la gestione degli invisibili

Hanno dato un contributo fondamentale nella prima fase della pandemia e ancora oggi a distanza di un anno sono i primi a tendere la mano, a risolvere situazioni difficili e a dare speranza a chi l’ha persa. Sono gli uomini delle associazioni di volontariato che sono scesi in strada anche durante il lockdown per aiutare i senza fissa dimora.  A Milano negli ultimi dodici mesi hanno svolto un ruolo essenziale nell’emergenza sanitaria con i loro medici, le unità di strada e gli ambulatori mobili. Hanno lavorato insieme, o singolarmente, tutti con un obiettivo comune: contenere il virus tra gli invisibili.

Cisom, con l’ambulatorio mobile un primo triage ai senza fissa dimora

Nel Cisom (Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta) sono oltre 200 i volontari che operano a Milano, tutti animati dal desiderio di aiutare il prossimo. Sono uomini e donne, medici, infermieri soccorritori, operatori sanitari e psicologi che al termine del turno di lavoro dedicano tempo a prestare soccorso e assistenza alle persone che si trovano in uno stato di necessità.

Con il Covid le esigenze sono moltiplicate, ma loro non si sono mai tirati indietro. «Quando è scoppiata la pandemia ci siamo autotassati ed abbiamo acquistato mascherine e kit igienici da distribuire ai senza fissa dimora – racconta Alberto Settembrini, responsabile sanitario di Cisom -. Non solo, il nostro ambulatorio mobile è sempre rimasto attivo alla stazione Garibaldi per tutti coloro che ne avevano necessità. In questo modo abbiamo potuto allestire una specie di triage e monitorare la situazione dei senza fissa dimora».

Misurazione della febbre, tampone e distribuzione delle mascherine sono la quotidianità. «A volte capita di riscontrare cronicità e di segnalarle alle strutture ospedaliere, ma è difficile gestirle. Di sicuro chi vive in strada si è ammalato meno di Covid, forse hanno più anticorpi e poi vivono soli».

Medici Volontari: tamponi rapidi per immigrati e cure per afghani e siriani

Fare i tamponi rapidi ai senza fissa dimora è l’obiettivo dei Medici Volontari, l’associazione nata nel 2000 per fronteggiare le criticità di due zone difficili di Milano come stazione Centrale e via Padova che proprio in questi giorni sta valutando l’ipotesi di effettuare il servizio attraverso l’unità mobile. Una scelta che di sicuro permetterebbe di avere qualche indicazione più precisa sullo stato di salute di coloro che popolano le vie intorno alla stazione Centrale di Milano, ma che, in un’ottica di cura, non cambierebbe molto.

Ne è convinto il presidente Fausto Borioli: «Anche con problemi di salute evidenti, i clochard difficilmente si lasciano curare. Sono persone che sono molto attente e reattive, vengono da noi per una lesione o perché hanno la febbre, ma non accettano indagini su patologie più importanti perché sanno che questo comporterebbe fermarli a lungo in un luogo».

Ad impegnare i medici volontari nella loro attività sull’unità mobile sono principalmente i flussi di immigrati che transitano e vanno via molto velocemente nonostante le chiusure. «Lo scorso inverno ad un certo punto sono arrivati afghani e siriani con grossi problemi ai piedi – ricorda Borioli – perché avevano camminato dal loro Paese d’origine fino a Milano, transitando per Turchia, Grecia e Balcani. Li abbiamo curati e poi, a distanza di qualche giorno, come erano arrivati sono andati via. Dicevano che volevano andare a nord. Non so neppure come abbiano potuto farlo. Di sicuro ora sono diminuiti gli arrivi perché nei Balcani, ad esempio, usano i droni per intercettare i migranti».

Se gli ingressi dai Balcani ora sono più contenuti, non si sono ridotti gli interventi dei medici volontari. «Oggi siamo attivi con l’unità mobile tre sere la settimana. Prima del Covid uscivamo tutte le sere, ma per mancanza di forza lavoro e per l’età avanzata dei nostri medici, abbiamo dovuto ridurre l’impegno». Differente il discorso per l’ambulatorio di via Padova. Lì i servizi sono rivolti agli abitanti del quartiere ed il tampone rapido gratuito si effettua da tempo.

Progetto Arca, un servizio di foodtruck per chi vive in strada

Una cucina mobile per distribuire 120 pasti caldi ogni sera alle persone senza fissa dimora di Milano. È il servizio reso dalla Fondazione Progetto Arca attiva sul territorio da 26 anni per portare un aiuto concreto a persone che si trovano in stato di grave povertà ed emarginazione sociale. Dotato di fornelli, forno e bollitori, il servizio di foodtruck – attivo dallo scorso mese di novembre – permette alle Unità di strada di Progetto Arca di distribuire dal lunedì al venerdì, in zone diverse della città coordinate con il comune e le altre associazioni, pasti caldi e beni di prima necessità come sacchi a pelo, coperte, indumenti caldi e kit igienico sanitari. Da gennaio il servizio è stato implementato con la distribuzione della colazione tre giorni la settimana.

«L’idea della Cucina Mobile nasce dall’esperienza maturata sul campo, da operatori e volontari di Progetto Arca, durante l’ultimo anno trascorso in emergenza sanitaria, sociale e alimentare che ha imposto una chiusura forzata di numerosi servizi a sostegno delle persone fragili senza dimora – spiega il presidente Alberto Sinigallia -. A questo si aggiunge la necessità di fornire un apporto nutrizionale sano ed equilibrato a coloro che non hanno i mezzi e la possibilità per accedere o prepararsi un pasto caldo e completo. La base di tutte le nostre attività e servizi dedicati alle persone senza dimora è la vicinanza e il sostegno concreto in risposta a un bisogno primario, proprio come è il cibo: un diritto fondamentale di ogni essere umano, con un importante valore di relazione. Un pasto caldo, sano e buono è il primo passo verso una presa in carico più strutturata della persona fragile, avviandola poi a un recupero della sua vita».

Il servizio della Cucina Mobile permette infatti anche di creare momenti di dialogo con operatori qualificati, necessari a orientare le persone in difficoltà e senza riparo ai servizi assistenziali e sanitari sul territorio. La relazione di fiducia che ne deriva è la base per un auspicato percorso di accoglienza e reinserimento sociale.

«Le Unità di strada sono affiancate una volta a settimana anche da un team sanitario della Fondazione che monitora chi vive in strada, quindi più vulnerabile – spiega Sinigallia -. Gli infermieri in strada sono attrezzati per eseguire tamponi rapidi, misurare la saturazione di ossigeno nel sangue e la temperatura corporea, adottando, dove necessario, le opportune procedure di ricovero in ospedale o, per chi è asintomatico o ha pochi sintomi, di isolamento nelle strutture preposte del Comune di Milano». Oltre a Milano, le Unità di strada di Progetto Arca sono attive anche a Roma e Napoli.

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