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Morire di fame o delinquere? Quando lo Stato ti costringe a scegliere: la disperata testimonianza di Domenico

Può lo Stato toglierti la possibilità di lavorare onestamente e portati fino al punto in cui puoi solo scegliere se, per guadagnare, compiere atti illeciti, oppure, se non vuoi piegarti alla criminalità, lasciarti morire di fame? Detto così, sembra impossibile, eppure, ascoltando la storia di Domenico, la domanda assume un significato più che lecito. 

La storia – assurda ma vera – di Domenico

“Mi chiamo Domenico D’Aversa, ho 53 anni, sono nato a Sezze, ma vivo a Pontinia, in provincia di Latina”, racconta ai nostri microfoni. Domenico, che di mestiere faceva l’autotrasportatore, alcuni anni fa si è trovato in una situazione familiare molto difficile: stava perdendo la casa di suo padre a causa di problemi economici della famiglia. In un momento di debolezza ha accettato quello che da anni aveva sempre rifiutato e che nel suo ambiente è molto comune: fare da corriere per il trasporto della droga. Ma viene praticamente intercettato subito a causa della sua inesperienza. Viene arrestato nel 2014 e condannato a 6 anni di reclusione.

“Sono stato in carcere 3 anni e mezzo. Mi sono comportato sempre benissimo, lavorando in cucina come aiuto cuoco durante la detenzione. Nel 2017 sono stato affidato ai servizi sociali Uepe di Latina, dove ho fatto un percorso eccellente di riabilitazione esercitando la mia professione, cioè l’autista, mestiere che faccio da oltre trent’anni. In questi due anni e mezzo inizialmente mi è stato consentito di stare solo nel magazzino, poi di uscire con il camion solo nel Lazio, rientrando la sera, poi di girare per tutta Italia, restando quindi fuori anche la notte, comunicando tutte le sere con le forze dell’ordine di Latina per far sapere la mia posizione. Ho sempre dato dimostrazione di potermi meritare la fiducia che mi avevano dato: non ho mai fatto dubitare di me, mi sono sempre comportato in modo esemplare, tanto da ricevere anche i complimenti del direttore del carcere. Avevo infatti capito di aver sbagliato e volevo riprendere in mano la mia vita in maniera corretta”.

Ma, malgrado tutto sembrasse andare per il verso giusto, 20 giorni prima che Domenico venisse scarcerato, arriva la “doccia fredda”: gli viene infatti ritirata la patente “per mancanza di requisiti morali”, in quanto incompatibile con il reato commesso.

“Vorrei chiedere alle nostre Istituzioni come sia possibile che una persona che commette un solo errore nella vita venga negata la possibilità di ricominciare a vivere in maniera onesta: perché, se ho scontato il mio sbaglio, mi viene negata?”, chiede Domenico. “Senza patente non posso lavorare: io so fare l’autista, il camionista. Con la patente avrei il lavoro oggi stesso, datemi la possibilità di lavorare, di mettere un piatto a tavola per me e per i miei figli, per pagare l’affitto della casa in cui vivo e le bollette”, aggiunge.

Lo Stato che ostacola il lavoro onesto?

“Io ho pagato l’unico errore fatto nella mia vita. Ho fatto un percorso eccellente di recupero: datemi la possibilità di andare a lavorare, non chiedo nient’altro”, invoca Domenico, che un anno e mezzo fa ha presentato attraverso il suo avvocato un ricorso gerarchico al Ministero dell’Interno. Ma finora non ha ricevuto nessuna risposta. Fino a qualche mese fa Domenico poteva contare sui soldi della disoccupazione – visto che finché era detenuto lavorava – ma adesso non percepisce né stipendio, né disoccupazione. L’unica persona che l’aiuta economicamente è sua madre, una 73enne che percepisce una pensione minima. “Non posso andare avanti così. E’ umiliante. Vorrei solo riprendere la mia vita e il mio lavoro, sono una brava persona… Perché lo Stato vuole portare le persone come me alla disperazione, dove le uniche alternative sono proprio o la delinquenza o un gesto estremo?”

E’ la domanda che ci facciamo noi della redazione e che giriamo al Prefetto di Latina e al Ministro dell’Interno: perché non ridate la patente a Domenico D’Aversa e non gli ridate la possibilità di lavorare onestamente?

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