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Mourinho è un concerto di buone vibrazioni per il futuro della Roma

L’indomani della festa al Circo Massimo per lo scudetto della Roma, il 24 giugno 2001, l’attore Angelo Bernabucci a Radio2 disse che “Roma è unica. Una cosa così, una festa così solo a Roma può accadere, perché  è sanguigna, affamata e assetata di calcio. C’è una passione talmente autentica, talmente invasiva che ti piglia l’anima, ti stringe il cuore, te la sbatte di qua e di là e ti fa urlare forza Roma senza nemmeno dover andare allo stadio, è uno stadio tutta la città”. Poi aggiunse: “Roma dà tanto, non toglie mai, ma uno se lo deve meritare tutto questo amore”.
 
Era un po’ sopito questo amore. C’era, ma sonnecchiava tra anni un po’ così, fatti di addii dei meglio giovanotti de’ sta Roma bella, Francesco Totti e Daniele De Rossi, e una presidenza che aveva promesso tanto e mantenuto poco, quella Pallotta. Poi è arrivato il Covid-19 a distrarre dalle sinora ondivaghe prestazioni del nuovo corso americano, serio si dice, ma che portava con sé ancora l’ultimo strascico degli yankees che li avevano preceduti.
 
È riesploso in un giorno di maggio, quando a sorpresa è arrivata la notizia che sarà José Mourinho il prossimo allenatore della Roma. “Da quando è stato annunciato l’arrivo di Mou si è acceso un entusiasmo incredibile in città. Tutto si è trasformato, quello che veniva detto sino a pochi minuti prima dell’ufficializzazione di Mourinho è scomparso. Il tifo romanista ha voltato pagina, aspetta di iniziare a scriverne una nuova”, dice al Foglio Federica Afflitto, giornalista e conduttrice de “Il processo dei tifosi”, ogni lunedì in prima serata su LazioTv. “La tifoseria della Roma è così: ama i colori a tal punto che riesce a superare anche i periodi peggiori, si aggrappa al pensiero che il futuro sarà migliore. Sa resettare. E’ impossibile togliere al tifo la speranza di poter tornare a giocarsi lo scudetto o quantomeno un posto in Champions League”.

 
Roma ha i suoi riti e “i suoi milioni di parole sul calcio, una città nella quale si possono imparare mille cose sul pallone a patto di non starla a sentire troppo”, disse Nils Liedholm, l’allenatore che portò i giallorossi a vincere lo scudetto nella stagione 1982-1983. “A Roma la giornata ‘calcistica’ inizia la mattina con il Corriere dello Sport al bar. E poi ci sono le radio che parlano di Roma 24 ore su 24, che spostano il sentore dei tifosi, fungono da sfogatoio e registrano gli umori della città romanista. E questo incide tantissimo, i commenti diventano un tam-tam, scaldano la passione calcistica”, sottolinea Federica Afflitto.
 
Quando nel 1973 Helenio Herrera, l’allenatore che negli anni Sessanta diede forma alla Grande Inter, salutò dopo cinque anni i giallorossi, confidò alla Gazzetta dello sport che “alla Roma non serve un grande allenatore, ma un ottimo parafulmine”, capace di “intercettare le saette di un tifo tanto appassionato quanto lunatico”.
 
Parole di quasi cinquant’anni fa, ma che suonano attuali anche oggi. “I tifosi non sono lunatici, ma appassionati. Però è vero, alla Roma serve un uomo capace di motivare mentalmente i giocatori, di amalgamare squadra e ambiente verso un sogno comune. Questa squadra ha fatto bene quando era guidata da allenatori capaci di creare l’evento calcistico, di far lottare i calciatori fino all’ultimo minuto”, evidenzia Federica Afflitto.

 
Era dall’arrivo di Fabio Capello che nelle parole dei tifosi romanisti che si ascoltano nelle radio romane dedicate alla Maggica non c’era una tale uniformità di buone vibrazioni rivolte al futuro. “Certo Capello era arrivato alla Roma all’apice della sua carriera da allenatore, Mourinho dopo qualche intoppo, ma questo conta fino a un certo punto. Anzi forse è qualcosa che anima ancor di più lo spirito della tifoseria. Perché la voglia di rivincita del tecnico portoghese è la stessa che si respira in città. C’è un desiderio enorme di ritornare nelle posizioni che contano del campionato”.
 
Una rivincita necessaria dopo “anni senza vittorie, fatti di qualche umiliazione di troppo in campo e di derby persi senza lottare”, conclude Federica Afflitto. “Una scossa che ci voleva. Per tutti”.

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