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Napoli, città e società sono allo sbando: per vincere non bastano slogan e proclami

Napoli e il Napoli sono allo stremo, eppure solo tre mesi erano al centro di un racconto emozionante e globale, quello della morte di Diego Armando Maradona, un mito più forte che mai. Il mondo intero, e lo sport in particolare, si sono inginocchiati senza riserve di fronte alla leggenda, a partire dal capitano dei mitici All Blacks. D10S è l’icona definitiva del football e per Napoli e il Napoli, due luoghi fondativi del mito, ciò rappresenta anche un’enorme possibilità. Ma affinché la sua memoria produca ricchezza e non solo rimpianti, non bastano le buone intenzioni.

Lo stadio San Paolo è stato ridenominato a tempo di record, ma per il resto si naviga a vista. I cimeli, depositati a migliaia dai tifosi davanti allo stadio, sono stati salvati a stento dalle intemperie, in attesa di essere esposti chissà dove; l’iniziativa lodevole di una statua a Fuorigrotta è stata travolta dalla demagogia della “Commissione del Popolo”, con il corollario inevitabile di polemiche, incertezze e dimissioni. Il Museo del Napoli e di Maradona è solo un’evocazione vuota. Uno scenario largamente prevedibile per una città allo sbando, dove l’amministrazione de Magistris non riesce nemmeno a riaprire la galleria Vittoria, figuriamoci un Museo.

Lascia invece molto sorpresi il silenzio di De Laurentiis che sembra ormai aver perso il guizzo e l’eccentrica inventiva dei primi anni napoletani. Era stato il maverick del calcio italiano, una figura discutibile per l’eccessivo protagonismo, ma in grado di costruire un percorso sportivo notevole e di rappresentare la serie A nella madre di tutte le battaglie per la sua sopravvivenza, i diritti tv. Uno come lui, vulcano di idee e di locandine di successo, sebbene effimere, avrebbe dovuto cavalcare l’onda Maradona più di chiunque altro, per associare il brand del Napoli a quello del suo campione più illustre e per coinvolgere un’amministrazione comunale priva di competenze adeguate. Invece, il De Laurentiis degli ultimi due anni sembra solo stanco e annoiato dall’avventura avviata nel 2004.

Siamo davanti all’autunno del patriarca, la fine di una stagione di attese inappagate nella quale al declino della città si somma il ridimensionamento di una società che pure, in pochi anni, era passata dalla Lega Pro alla Champions. Certo, la freddezza di De Laurentiis rispetto a Maradona non è storia di oggi, così come la sua allergia agli investimenti. Il Napoli è stato concepito come azienda padronale, basata su autofinanziamento e una struttura societaria ridotta ai minimi termini. Scelte che oggi presentano un conto amaro. La sensazione, allarmante, è che De Laurentiis non abbia perso solo entusiasmo, ma anche le chiavi per garantirsi contemporaneamente utili e risultati sportivi.

Due anni fa, con l’ingaggio di Ancelotti e l’acquisto del Bari, sembrava aver lanciato la sfida alle potenze del calcio italiano. Oggi, con il Napoli fuori dalla Champions e i Galletti a languire in Lega Pro, con gli esoneri in corso di allenatori e quadri tecnici, e un futuro finanziario incerto ma sicuramente più modesto, quella “sfida” si sta rivelando un azzardo mal riuscito.

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