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Per Raffaele Lombardo chiesti 7 anni: contro di lui solo parole, nessun reato

Della compresenza di vita e di morte, della luce e del suo passaggio in ombra, del lutto che spesso segue al lusso, hanno scritto grandi pensatori, romanzieri e storici meridionali. Uno dei più sensibili e raffinati tra loro, Gesualdo Bufalino, conterraneo e amico di Leonardo Sciascia, una volta parlò proprio del “luttuoso lusso d’esser siciliani”. La concomitanza di vita e morte, di amore e odio, di chiaro e scuro, di ascesa e caduta, è l’essenza del luogo e dei suoi abitanti.

La Sicilia è un caso più unico che raro. Meno che nazione ma più che regione, la Sicilia è un lusso e il suo non è un presidente qualsiasi, è un Governatore. Raffaele Lombardo è uno di questi. O meglio è stato. Fino a quando ai piedi del “vulcano buono”, mentre danzava la lava purpurea e si moltiplicavano i travisamenti, è comparso l’uomo cattivo, un killer di mafia che aveva ammazzato molto. Guardando in televisione i lineamenti saraceni e gli occhi normanni dell’ex governatore, Maurizio Avola si ricordò di lui. Affermò che quell’uomo politico aveva incontrato finanche il boss dei boss: Nitto Santapaola.

Correva l’anno 2006 e il racconto, per stessa ammissione di Avola, era riferibile all’inizio degli anni 90. Si può pensare di fare riferimento a fatti di vent’anni prima in uno stato di diritto? Lo si può fare in Italia, dove non c’è più differenza tra il giudice e lo storico o meglio il giudice può anche pensare di scrivere la storia. I pentiti a volte si adeguano a questa ambizione storicistica ed è così che la memoria di Avola, sospesa per vent’anni, incontrò improvvisamente il guizzo dell’illuminazione. Si ricordò del volto del presidente della regione che, nei vent’anni precedenti, era stato appena assessore regionale agli enti locali, europarlamentare, vice sindaco, presidente della provincia di Catania, assiduo frequentatore quotidiano degli studi televisivi.

Per Lombardo, da quell’anno duemilasei, il lusso di fare il presidente divenne un “lusso luttuoso” come spesso accade in Sicilia. E accade non per il gioco di un destino cinico e baro, ma per volontà di giocatori cinici e bari, procuratori e collaboratori di giustizia volti non a contrastare il male ma a maledire i cattivi, a ricercare non fattispecie di reato ma tipi d’autore, a perseguire non il fatto successo ma il successo o… l’insuccesso, quello che doveva succedere e non è successo: fare della Sicilia la terra promessa dei mulini a vento e dei treni a vapore. Di Lombardo, subito dopo Avola, si sono ricordati in tanti: uomini di mafia e pentiti della mafia. Poco importa se non esista una sola intercettazione telefonica e ambientale che lo veda protagonista. Conta il “dicunt”, quello di tacitiana memoria, per fare i processi nel nostro paese. Eppure i saggi siciliani ammonivano che la narrazione degli uomini, alla stregua del mare, è “tradimintusa”: può essere ambigua, insincera, a volte tradire. Ancor più se si parla di mafia e pentimenti.

Non ci vuole Alessandro Manzoni per dire che il “torto e la ragione non si dividono mai con un taglio netto”, ma bisogna certamente appellarsi al nipote di Cesare Beccaria e alla sua “storia della colonna infame” per capire che la collaborazione con la giustizia è fondamentale ma non può essere risorsa assoluta ed esclusiva in un processo penale. Esiste una collaborazione che serve alle indagini perché ricostruisce da dentro la mafia, quella di Buscetta e dei primi pentiti per intenderci, i quali – per dirla con Leonardo Sciascia – sono uomini di mentalità intimamente mafiosa impauriti e amareggiati che, vedendo cadere intorno a loro amici e parenti, restituiscono i colpi ricevuti, si vendicano. Di loro, dei “pesci grossi”, che ricostruivano la mafia, lo scrittore di Racalmuto si fidava, li considerava attendibili. C’è un racconto dei fatti accaduti che si accompagna al ravvedimento e ce n’è un altro che è invece calunnia, impostura, alla stregua dei sicofanti che, in Attica, ammazzavano il nemico denunciandolo come ladro di fichi.

Un unico argine ha inventato lo stato di diritto per non edificare nuove colonne infami: mai la parola dei pentiti può costituire l’unico elemento probatorio, mai è possibile condannare se manchi un fatto di reato che prescinda dal loro dire, dal loro verbo che da solo diventa una corsa senza fari nel cuore della notte. Accade invece che, nella città del “Liotro”, si svolga un processo d’appello in cui manca un fatto di reato e questo Raffaele Lombardo, divenuto suo malgrado un tipo d’autore, rischi di essere condannato solo sulla base di un giogo di favella, di semplici racconti e suggestioni, sulla cui base il procuratore generale, pochi giorni fa, ha chiesto la condanna a sette anni e quattro mesi.
Capita per esempio che un soggetto di mafia, D’Aquino, riferisca di aver incontrato un uomo (allora) vicino a Lombardo e di avergli chiesto la promozione in una cooperativa sociale.

Quell’uomo vicino a Lombardo è stato assolto, la promozione non è mai avvenuta, ma quelle dichiarazioni hanno assunto rilevanza nel processo a carico dell’ex presidente. I fratelli Mirabile accusano Lombardo di aver avuto rapporti con il boss di Caltagirone Ciccio La Rocca: nelle migliaia di intercettazioni che li vedono protagonisti non viene mai pronunciato il nome Lombardo. C’è poi Paolo Mirabile che racconta di aver incontrato il principe Scammacca, a suo dire proprietario di un maneggio, vestito da cavallerizzo, per chiedergli di intercedere presso Lombardo nientedimeno che per la licenza di una pizzeria. Non solo non c’è traccia dell’incontro ma soprattutto Scammacca (che non è principe) non ha mai avuto a che fare con un cavallo e un maneggio in vita sua.

La trama surreale prosegue. Che dire delle dichiarazioni di un certo Nizza che afferma di aver votato per un giovane vicino a Lombardo? Quel giovane sarebbe il fratello di Lombardo che ai tempi aveva solo 48 anni. In Sicilia si consumano a volte miracoli: si consegna l’elisir di eterna giovinezza. Un altro di nome Digati, mafioso agrigentino, racconta ancora di aver votato il partito di Lombardo sin dal 2000 (quando era in mente dei) onde poi, per il principio aristotelico di non contraddizione, dire di aver sempre votato per forze politiche lontane dal politico di Grammichele. Lombardo avrebbe incontrato a palazzo d’Orleans il pentito Tuzzolino (condannato per diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato e ritenuto di personalità istrionica e inattendibile) ma le telecamere di sorveglianza h 24 dell’edificio non lo hanno mai ripreso. Non c’è traccia ancora del presunto summit di Barrafranca a cui fa riferimento il pentito Caruana.

Il figlio del boss Di Dio, ipotetico raccomandato di Lombardo per regolare una situazione debitoria in un consorzio di bonifica, non viene neanche ricevuto dai dipendenti del consorzio. Un certo Squillaci avrebbe sentito dire da La Rocca, nel carcere di Opera ove erano reclusi in sezioni diverse, che questi era preoccupato per Lombardo. Se ciò può assumere rilevanza in un processo penale siamo oltre il teatro dell’assurdo di Beckett. Altri pentiti, come La Causa, dicono che la mafia avrebbe votato per Lombardo ma non si capisce il quando, il come e il perché. Se la licenza per la pizzeria di Mirabile non è mai arrivata, se la promozione nella cooperativa sociale non è avvenuta, se il figlio di Di Dio non ha mai parlato con il direttore del consorzio di bonifica, se Bevilacqua – altro mafioso chiamato in causa – non è mai riuscito a far assumere una signora all’aeroporto di Catania, se l’appalto della “Tenutella” – altro cavallo di battaglia dell’accusa – non è mai finito nella mani della mafia, è lecito chiedere di cosa viene accusato Lombardo?

Per quale motivo quattro “pesci grossi”, capi mafia di blasone, come Ferone (che ammazzò finanche la moglie di Nitto Santapaola), Malvagna, Pellegriti, Di Fazio (rappresentante provinciale della mafia a Catania), appena sentiti dopo l’elezione a presidente della regione, hanno riferito che Lombardo non aveva a che fare con la mafia? Può uno del calibro mafioso di Umberto Di Fazio non aver sentito parlare di Lombardo? L’interrogativo è inquietante: esiste un solo riscontro fattuale delle dichiarazioni che veda la presenza dell’imputato intento a delinquere? In un sistema liberale può bastare che un uomo accusi un altro e che quest’ultimo venga condannato?

Se manca il fatto, il processo è medioevale. È il processo alle streghe in cui Caterina, la presunta strega, viene fatta morire, a colpi di tenaglie ardenti, sol sulla base di un’accusa di stregoneria che diventa, vera o no, delazione mortifera. È un sillogismo scriteriato in una Sicilia nella quale spesso – sosteneva Sciascia nel ricordo di Giovanni Falcone – “si nascondono i cartesiani peggiori”. La logica direbbe: se per noi Lombardo è un cattivo, come è stato possibile che non abbia commesso il reato? Il reato è “in re ipsa”: il reato è nell’autore anche se non è autore di reato. Ragionando così, il terreno giudiziario diventa però sicotico o addirittura sifilitico. L’unico rimedio costituzionale hahnemanniano resta il fatto, il fatto di reato.

L’unico anticorpo rispetto a una degenerazione terribile e luciferina. Senza ciò, si dà vita a una razionalità, per dirla con gli amici di Leonardo Sciascia, formale e immorale che è piegata a uno scopo abominevole: “mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne”. Il rischio è quello che non si accerti la verità processuale. Che non si “dica” giustizia ma si “faccia” giustizia. Dietro l’angolo non c’è l’Areopago, il tribunale di Atena, ma una carnezzeria, la corte delle Erinni.

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