“Allora il caporalato c’è”. E’ una constatazione triste quella del sindacato autonomo dell’Usb ma che sembra avere conferma dall’inchiesta della Procura di Viterbo che nei giorni scorsi ha investito l’impresa agricola di Danilo Camilli al quale sono stati sequestrati preventivamente, per una eventuale confisca, 540 mila euro. E’ indagato per sfruttamento del lavoro e l’azienda è finita sotto il controllo giudiziale.
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Le misure cautelari emesse dal gip sono state eseguite dai carabinieri. Secondo l’ipotesi investigativa i braccianti quasi tutti di origine nord africana, erano obbligati a lavorare per 13 ore al giorno, senza riposi, né pause, così come malattie e ferie non esistevano. Il pagamento era inferiore a quanto dovuto e versato per buona parte in nero. Se un lavoratore provava a far valere i propri diritti veniva minacciato di licenziamento e se non bastava cacciato dal posto di lavoro. Un sistema quello messo in atto dall’imprenditore che coinvolgeva anche i colleghi, che venivano informati di chi era stato allontanato affinché nessun lo assumesse nell’intera zona.
“Sentiamo tristemente risuonare le dichiarazioni che non esisteva un problema caporalato, che tutto sommato nessun sistema di sfruttamento riguardava la Tuscia”, dice Luca Paolocci dell’Usb Viterbo che aggiunge: “Prendiamo atto con soddisfazione che queste non siano bastate a fermare le indagini ispettive, così come Usb mai ha fermato il proprio lavoro al fianco dei braccianti fino ad arrivare a dare voce alle loro denunce in un libro inchiesta su quanto accade davvero nelle campagne”.
“Rassicuriamo anche il sindacalista che in un tavolo in prefettura derideva Usb per le denunce effettuate, avvertendo la platea del loro pericolo, perché se simili aziende venivano scoperte si sarebbe fermata l’economia della città. Sappiamo che ancora tanto c’è da fare, in agricoltura e non solo, perché vengano fermati padroni e caporali, Viterbo mai più deve vivere di un’economia di sfruttamento”, conclude il sindacalista.
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