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I giovani e le droghe, il mito intramontabile della gioventù bruciata

Dall’alcol alle pasticche alla cannabis: dagli anni Cinquanta si parla della dissolutezza dei giovani come di un dato costante. In realtà molto è cambiato, nell’approccio, nelle consapevolezze, nei rischi

Esiste un allarmismo diffuso sullo “sballo” degli adolescenti, dei giovani. Un allarmismo che nasce, innanzitutto, dall’assunto per cui i ragazzi non saprebbero mai quello che fanno, ieri come oggi. Le sostanze psicotrope sembrano fatte apposta per irretirli, moderni vampiri che una volta provate trasformano i malcapitati in soggetti perduti, senza scampo.

Niente di nuovo, ogni generazione da che mondo è mondo è stata vista come in pericolo da chi ormai aveva superato gli anta. Soprattutto a partire dal dopo-guerra, quando i “giovani” sono stati “inventati” dall’industria dei consumi (e da due guerre mondiali che ne avevano fatto scempio), i vecchi li hanno guardati con sospetto, con disagio e preoccupazione. Gioventù bruciata. Gioventù dannata. Gioventù perduta. 

Nel 1959 il giornalista Franco Di Bella dedica un lungo reportage ai fatti di cronaca nera del decennio trascorso e scrive: «La cosiddetta gioventù bruciata che, a nostro giudizio, ci elargirà nei prossimi anni grossi dispiaceri».

E ancora: «Psicopatici, nevropatici affetti da una angoscia tutta letteraria che per un istante trovano nella droga l’appagamento di desideri altrimenti irrealizzabili. Queste schiere di disancorati morali, i “teen years boys & girls”, gli adolescenti, come li chiamano in America, rappresentano il vero pericolo per la società.

Appartengono di solito a famiglie benestanti e sono i più assidui clienti degli spacciatori che dal mercato nero degli stupefacenti traggono guadagni favolosi.» Stavolta è Indro Montanelli a descrivere questa nuova gioventù «che ha il delitto facile perché ha difficile tutto il resto.

Nulla le manca, materialmente, ha più libertà e più soldi di quanti noi ne abbiamo avuti, ha il cinematografo, l’automobile o almeno la motoretta, ha le vacanze al mare, ha le ragazze. Ma non ha una Gerusalemme da conquistare come, per sbagliato che fosse, l’avevamo noi, e non sa contro chi drizzare una barricata. Per questo si stordisce con il cool jazz e cerca una “evasione” nel delitto. Noi quando avevamo voglia di sparare, potemmo farlo contro gli abissini, contro i russi, contro gli inglesi. Questi ragazzi non possono farlo che contro di noi».

Drogomania

E quando i giovani irrompono sulla scena politica e la occupano, con il Sessantotto, l’allarme si fa altissimo e per certa stampa giovani e droga diventano un sinonimo del decennio che sta per aprirsi, gli anni Settanta.

La “capellomania” e la “drogomania” sembrano essere due mode che uccideranno una intera generazione destinata a non incidere di una virgola nella storia del paese. Ma, come scrive nel 1979 lo psicanalista Elvio Fachinelli chi la usa o chi la condanna, la droga, la mitizza ma ne sa assai poco: anche la stampa ne parla per sentito dire e non si pone problemi pratici come spiegare, per esempio, il significato del «taglio della sostanza», che è fra le cause principali di intossicazione e di morte. Mentre in Eroina (Feltrinelli, 1976) Guido Blumir aveva scritto: «L’ignoranza del concetto di dipendenza fisica è una delle cause principali della diffusione delle tossicomanie». E non aveva tutti i torti. 

Ovviamente nemmeno un certo grado di consapevolezza diffusa sui suoi effetti e i suoi rischi è stato sufficiente a evitare la diffusione dell’eroina negli anni Ottanta, ma certo è che, e ormai lo dimostrano numerosi studi, dopo l’epidemia di Aids e la grande diffusione di morti fra i tossicodipendenti, hanno iniziato a diffondersi comportamenti meno a rischio, come il fumare la sostanza e non iniettarla, segno di una accresciuta propensione verso quella che è stata chiamata “riduzione del danno”, messa in pratica dagli stessi consumatori.

Scrive Grazia Zuffa, psicologa, in uno studio dedicato alla cocaina: «Studiare i controlli che i consumatori esercitano sulle droghe può sembrare una contraddizione poiché nell’opinione corrente la parola droga è associata alla dipendenza. La scienza asseconda questa visione e si concentra sugli assuntori intensivi e sulle proprietà additive delle sostanze. Eppure, un consistente corpo di ricerche internazionali mostra che molti consumatori sono in grado di dominare le droghe invece che esserne dominati. Ciò avviene tramite l’apprendimento di regole sociali e personali volte a impedire che il consumo comprometta la “normalità” quotidiana». 

La vita normale della droga

Oggi chi consuma sostanze, anche fra i giovani, ha in tutto e per tutto, e nella grandissima maggioranza dei casi, una vita normale. I ragazzi che ricorrono ai SerD o passano dal pronto soccorso, sono una minoranza che non sposta di una virgola la percezione che hanno gli altri di sé stessi: persone “normali”, perfettamente integrate, che passano tranquillamente da sostanze legali come alcol e tabacco a sostanze illegali come cannabis. 

Ma questa “gioventù”, oggi, è nel complesso così ignara delle conseguenze di ciò che fa?

Ne parlo con Alessio Guidotti, operatore della riduzione del danno per la cooperativa Folias: «L’ampiezza del fenomeno, il suo continuo evolvere come diffusione ma anche, come stili di consumo, fa certamente pensare che ci sia una maggiore conoscenza tra le fasce di giovani, grazie ai mezzi di comunicazione e ai progetti di riduzione dei rischi e in generale dagli interventi a bassa soglia rivolti a giovani che non hanno sviluppato una dipendenza. Questi progetti, che hanno differenti forme di finanziamento tra cui quello delle Asl, svolgono un ruolo importantissimo sia per la diffusione di informazioni sulle sostanze (effetti, rischi, modalità di assunzione corretta ecc.) ma anche perché consentono, a chi utilizza, di potersi confrontare con operatori che hanno un approccio non giudicante».

Mettiamoci anche le serie tv e la rete, e le possibilità di accedere a informazioni, un tempo accessibili solo con il passaparola, diventa infinita. 

Tuttavia sappiamo bene quanto un eccesso di informazioni sia potenzialmente inutile se non si hanno bussole che consentano di navigarvi in mezzo consapevolmente.

Il ruolo degli adulti

20/04/2017 Gerusalemme, gli attivisti per la legalizzazione della marijuana si sono incontrati al Wohl Rose Park, vicino alla Knesset, il palazzo del parlamento, per la notte del Big Bong, 12 ore di celebrazioni per la giornata internazionale della cannabis

E qui entriamo in gioco noi adulti. Dobbiamo mettere ordine, fare chiarezza, e non fare finta che i ragazzi non sappiano niente o, peggio, limitarsi a un divieto perentorio e senza appello.

Così certe serie Tv, certe canzoni, si potrebbero discutere a scuola per esempio, in progetti dedicati, senza far intervenire sempre il poliziotto o l’ex drogato a dire: non si fa. Perché non funziona, lo dimostrano i dati raccolta dalla Relazione al parlamento sulle tossicodipendenze 2022: relativamente ai consumi nell’anno, nello studio del 2021 il 98,6 per cento dei rispondenti ha fatto uso di cannabis, il 21,4 per cento di cocaina, il 12 per cento di ecstasy/Mdma, il 5,9 per cento ha consumato amfetamine, il 2,9 per cento metamfetamine, l’8,7 per cento ha fatto uso di Nps e il 3,3 per cento eroina nell’ultimo anno. 

Nel 2012 Asl Roma 2, Regione Lazio e cooperativa Parsec hanno pubblicato una ricerca sulla percezione dei rischi fra i giovani romani.

Nella stessa ricerca si faceva chiarezza sul compito della prevenzione «Compito della prevenzione, secondo un approccio cognitivo-informatico, è informare sui rischi a breve /lungo termine correlati all’uso di droghe per accrescere consapevolezza della pericolosità e aumentare le conoscenze scientifiche sulla sostanza (per evitare effetti boomerang questo approccio deve essere sostenuto da una corretta informazione/necessità di andare oltre la comunicazione dissuasiva e arrivare a una comunicazione del rischio e ad una informazione corretta su come ottenere aiuto, altrimenti può essere inefficace».

Meglio, allora, sarebbe ragionare laicamente sul concetto di educazione fra pari e puntare su questo.

In questo tipo di approccio, sempre secondo la ricerca della Asl Roma 2, si incoraggia la capacità da parte di un individuo di assumere il controllo della propria situazione mentale ed ambientale.

«I destinatari dell’intervento vengono considerati in modo completamente nuovo: non più utenti da istruire perché carenti di informazioni, bensì soggetti portatori di risorse, conoscenze, abilità, potere di cambiamento. Gli adulti, cioè i formatori, gli insegnanti e gli operatori dei servizi, esplicano il loro ruolo in due direzioni: essi da una parte sono responsabili della formazione dei peer e, dall’altra, sono gli unici in grado di legittimare ciò che i ragazzi portano nelle classi».

Quindi gli adulti svolgono la funzione di costruire una cornice «che sia legittimante rispetto alla presenza dei peer e dell’intervento. I peer educator utilizzano come strumento una comunicazione paritaria e agiscono come agenti di cambiamento. Il gruppo costituito da peer e studenti non è strutturato secondo gerarchie e non viene assunta una funzione autoritaria e di tipo formale: i peer educator non tengono una lezione e non sono giudicanti, ma rimangono parte del gruppo e sono percepiti come un modello positivo che stimola l’identificazione in un clima di fiducia».

E l’alcol?

L’alcol è un oggetto di intervento specifico della ricerca. Una delle sostanze che suscita maggiore allarme e verso cui l’ambivalenza sociale è più evidente. Scrive ancora Grazia Zuffa: «Oggi, al ragazzo del Flaminio che dice di bere “tre birre e poi stop… altrimenti non riesco a guidare la moto”, si contrappone la profezia degli Alcolisti Anonimi: “E’ così che si inizia. Anzi è così che si scivola nella dipendenza”. Siamo al rilancio del famoso slogan guerresco A drugfree world, we can do it?».

In una revisione delle ricerche qualitative lungo un ventennio (condotta da Franca Beccaria nel 2010 poi nel 2016), usciva smentita la immagine dei giovani italiani del tutto omologati al modello dell’extreme drinking, «privi di valori e molto più attratti da comportamenti rischiosi rispetto alle generazioni precedenti»: invece, i ragazzi del Duemila mostravano una nuova consapevolezza degli effetti ricercati nell’alcol, e anche del “posto” (temporale, sociale, psicologico) da riservare all’uso occasionale più intenso.

La stessa razionalità che durante il lockdown ha spinto molti consumatori a diminuire l’uso di alcol, venendo meno i contesti di socialità e non ritrovando “senso” nel bere solitario (come da una ricerca sui consumi durante la chiusura pandemica, in via di pubblicazione)».

Sempre secondo le ricerche di Franca Beccaria i consumi di alcol in Italia, come in altri paesi dell’area mediterranea, sono in calo negli ultimi 20 anni, un dato che invece nei paesi anglosassoni viaggia nella direzione opposta.

Questo non significa che non esista un problema per alcuni, quelli che finiscono al pronto soccorso in coma etilico, ma il punto è che non rappresentano la regola, mentre stando a certa stampa sembrerebbe di sì. 

Legale o illegale?

Secondo Raimondo Maria Pavarin, responsabile dell’Osservatorio Epidemiologico Metropolitano Dipendenze della Azienda USL Bologna, l’orientamento attuale, soprattutto tra le giovani generazioni, sembra superare la dicotomia legale/illegale, e sempre più spesso si osserva un uso delle bevande alcoliche in alternativa o in concomitanza con altre sostanze psicoattive, ma con motivazioni simili.

Questo, nonostante la forte influenza dei contesti culturali di riferimento in cui permangono modelli tradizionali che vedono l’alcol come parte integrante di cultura e alimentazione, si verifica all’interno di un processo nel quale l’uso di alcol è stato gradualmente de-culturalizzato e si avvia inoltre ad essere de-contestualizzato.

Oggi è saltata completamente, rispetto a trenta anni fa, la distinzione tra legale e illegale, i motivi per cui i ragazzi bevono una birra o fumano una canna sono gli stessi, non ci sono aspetti di controcultura lo fanno solo per divertirsi quando sono adolescenti, come forma di autocura, quando iniziano a crescere e hanno bisogno di fumare o di bere qualcosa per dormire.

Comportamenti ritenuti normali o comunque accettabili in un adulto e stigmatizzati invece quando a compierli è un ragazzo.

Il punto è che noi adulti non siamo abituati a considerare i nostri comportamenti come fattori di rischio: le medicine che teniamo in casa, nell’armadietto del bagno, l’aperitivo che prendiamo con gli amici, la sigaretta, la canna che fumiamo fanno parte di uno stesso scenario di normalità ai quali i ragazzi attingono.

Una normalizzazione dell’uso delle sostanze a 360° che poi, in modo del tutto schizofrenico, stigmatizziamo nei “giovani”.

Parallelamente al processo di normalizzazione della cannabis, nel quale il consumo sembra stia divenendo un fenomeno non solo tollerato, ma anche accettato e condiviso da ampi strati della popolazione, il processo in corso di de culturalizzazione dell’alcol sta determinando una sorta di normalizzazione dell’abuso, interpretato dai giovani come parte integrante della loro vita, all’interno di una più ampia ricerca del piacere, dell’eccitazione e del divertimento.

Per entrambi i processi rimane valido il concetto di scelta razionale, che implica una comparazione tra il piacere che l’uso può dare contrapposto alla valutazione dei rischi per la salute e dei possibili costi da pagare.

Apprendimento sociale

Ancora Guidotti: «C’è da dire però che nel passato, e penso anche al mio di passato, era forse differente il modo in cui le sostanze venivano significate, si contestualizzava il consumo. Dovremmo quindi pensare che la consapevolezza sul consumo di sostanze, unica vera forma per ridurne i rischi, possiamo e dobbiamo adoperarci tutti perché si diffonda. Ma come detto non basta la sola, certamente maggiore rispetto a ieri, informazione: si tratta di costruire, in una vera logica educativa, un ” orizzonte di senso” al consumo stesso». 

Ovviamente la psicologia sociale, la sociologia, si sono ampiamente cimentate nel tentativo di spiegare i meccanismi che portano i giovani a consumare droghe: interpretano il fenomeno in base ai processi di socializzazione. Si chiama teoria dell’apprendimento sociale.

Tuttavia, lo sottolinea un saggio di Marcella Ravenna e Claudio Baraldi (Fra dipendenza e rifiuto. Una ricerca su percorsi e immagini della droga tra i giovani) «è ormai assunto come un punto fermo dalla letteratura in ambito psico-sociale che il consumo delle diverse sostanze psicoattive disponibili sul mercato (lecito e illecito), in ragione della diffusione che ha progressivamente assunto fra i giovani, non può più essere considerato l’effetto di processi di sviluppo anormali o devianti (ciò è vero semmai per le fasi estreme e maggiormente deteriorate) ma deve essere compreso nel quadro più complessivo delle problematiche adolescenziali» 

Ma i comportamenti a rischio svolgono una funzione molto importante nella crescita di un individuo poiché rappresentano una strada per diventare soggetto riconosciuto, attivo, all’interno di un gruppo e non possono essere ignorati, negati, marginalizzati. Per questo è fondamentale che questo individuo giovane abbia, come gli adulti che lo circondano del resto, chiari i significati di queste sperimentazioni, i loro rischi, le loro conseguenze.

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