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A Ischia il fiume di fango ha ucciso solo i poveri

È da poco passata la mezzanotte del 25 novembre e nella sua casa di Casamicciola, uno dei sei comuni in cui è divisa l’isola di Ischia, Nicola Di Iorio non riesce a dormire. Cinquantasei anni, ex vigile urbano e ora impiegato all’anagrafe, è uno di quei tipi pieni di energie che sembra impossibile possano stare fermi per più di cinque minuti. In paese lo conoscono tutti e lo chiamano “principe”. Questa notte non è soltanto l’insonnia a tenerlo lontano dal letto. Da mezzanotte, su Ischia piove come non aveva mai piovuto prima. Anche suo padre si è svegliato per via del rumore.

La loro casa si trova in via Celario, nella parte più alta di Casamicciola. Dopo l’alluvione del 2009 e il terremoto del 2017, che ha reso inagibile lo storico centro della cittadina, qui nessuno ha il sonno leggero. Insieme decidono di uscire in giardino a controllare il canale di scolo protetto da un tombino. La pioggia è così fitta che non vedono gli alberi che cingono il giardino a tre metri di distanza. Nel canale l’acqua scorre e tornano a casa tranquillizzati.

Ma la pioggia non si ferma. Quella notte pluviometri del Cnr registreranno la caduta di oltre 150 millimetri in sei ore, più di tutta la pioggia prevista per l’intero mese di dicembre. È la precipitazione più intensa da 20 anni, cioè da quando vengono effettuate misurazioni. Molti diranno che quella notte la pioggia faceva il rumore di una cascata. «Un suono traumatizzante», dice un poliziotto di Ischia che da allora non riesce più a chiudere occhio se sente due gocce cadere sul tetto.

Dietro via Celario c’è quella che chiamano una “pettata”: un pendio ripido, quasi verticale, che arriva fino alla cresta, un punto a circa 600 metri d’altezza tra la vecchia stazione stazione radio militare e la cima del monte Epomeo, un vulcano inattivo che ha eruttato per l’ultima volta 700 anni fa.

Una volta il pendio era terrazzato e coperto di castagni. Oggi è un bosco selvaggio e abbandonato, pieno di vecchi alberi dalle radici superficiali e dalle chiome pesanti. Lassù in un’ora soltanto cadono 50 millimetri di pioggia, metà delle precipitazioni mensili. Il terriccio soffice di origine vulcanica non riesce ad assorbire tutta quell’acqua. Si inzuppa, diventa viscoso e pesante. Le radici poco profonde dei vecchi castagni non riescono a trattenerlo. Lo strato di argilla impermeabile sottostante fa l’effetto di uno scivolo.

Alle 5 meno 10, Di Iorio sente un boato. Esce di casa e i suoi pappagalli nella gabbia accanto alla porta sembrano impazziti. Dopo due minuti la vede, come «un muro nero», davanti al suo cancello. È la frana. Ottantamila metri cubi di fango, massi e alberi si sono staccati dalla montagna e sono piombati su via Celario.

La casa di Eleonora Sirabella e Salvatore Impagliazzo è la prima ad essere colpita. Lei commessa, lui marinaio, “imbarcato” come dicono qui. Erano andati a convivere da dieci giorni in cima alla via. La montagna era proprio dietro di loro e per primi l’hanno sentita scricchiolare. Nella notte, Eleonora ha chiamato il padre al telefono due volte. L’ultima poco prima delle cinque. La frana sommerge completamente la loro casa. «L’ha spostata di dieci metri», dicono i vicini. Eleonora e Salvatore li troveranno sotto il fango, in fondo alla via, trecento metri più in basso.

La frana traccia una ferita dai bordi netti nell’abitato. Come un bisturi si porta via la cucina e una camera nella casa della famiglia Senese. Nikolinka Gancheva Blangova, ex badante di origine bulgara, si trova nella stanza sbagliata. Aveva 54 anni e si sarebbe dovuta sposare il 4 gennaio con il suo compagno Vincenzo Senese. Due giorni prima era andata a ritirare la sua prima carta d’identità italiana.

Nella frana, un metro può fare la differenza tra la vita e la morte. Sotto la casa dei Senese c’è un grappolo di vecchie stalle trasformate in abitazioni di non più di sessanta metri quadri l’una. Le chiamano “scatolette”. Maurizio Scotto di Minico, cameriere, Giovanna Mazzella, che gestisce un piccolo negozio, e il figlio Giovangiuseppe si erano trasferiti nella “scatoletta” dei genitori dopo che il terremoto del 2017 aveva reso inagibile la loro casa. Li troveranno tutti e tre abbracciati nella camera da letto. I nonni nella stanza accanto si salveranno.

La frana si nutre del materiale che incontra per la strada e cresce a vista d’occhio. Ingoia automobili, pezzi di mura, massi e tronchi. È come una bomba. Nella casa dei Monti uccide tutta la famiglia: il padre, Gianluca, tassista, la madre Valentina Castagna, e i tre figli. Anche sulle persone l’effetto è quello di un’esplosione. Quelli che il fango strappa via dalle loro casa o che prende all’aperto saranno ritrovate centinaia di metri più a valle, completamente nude, come accade alle vittime delle onde d’urto.

Maria Teresa Arcamone, 31 anni, cameriera, è l’ultima a essere ritrovata. Ci vorranno quasi due settimane di ricerche disperate. A scavare c’è anche il suo fidanzato Salvatore, che nella valanga ha perso anche la sorella e il nipote. La zappa con cui l’hanno trovata adesso è appesa come una reliquia in una baracca nel centro della zona terremotata. In tutto si contano tre famiglie cancellate, dodici morti, un ferito grave, 27 case distrutte, 59 danneggiate e centinaia di sfollati.

Le piccole case di via Cellario chiamate “scatolette”. Qui abitavano le famiglie Monti e Scotto Di Minico (Foto Dmd)

La colpa

È una giornata di sole a quasi un mese dal disastro quando il commissario alla ricostruzione post alluvione Giovanni Legnini scende da un’imbarcazione della Guardia costiera nel porto di Pozzuoli. Mentre sale sulla banchina ed entra nella sua auto blu, non lascia per un istante il telefono. Ieri ha avuto una giornata impegnativa sull’isola. Ha incontrato una delegazione di tumultuosi abitanti di Casamicciola in un ex discoteca sul lungomare dove dal 2017 si sono sistemati alcuni uffici del comune evacuato per il terremoto – una classica soluzione temporanea diventata ormai definitiva.

Alle consuete rimostranze per una ricostruzione che non inizia mai – Legnini da un anno è anche commissario al terremoto – questa volta si aggiungono le lamentele per le conseguenze dell’alluvione. Più di duecento persone vivono in albergo e altre duemila dovrebbero essere evacuate ad ogni allerta meteo. Via Celario intanto è ancora piena di fango e le operazioni di smaltimento si sono fermate per non si sa quale ragione burocratica.

Ma il problema più impellente per gli abitanti è un altro. Le piogge hanno reso precario un altro fronte di frana che dal 2019 incombe sulla litoranea che corre tutto intorno all’isola. Da tre anni la circolazione è a senso alternato, causando enormi disagi alla popolazione. Ora si è deciso che ad ogni allerta meteo la strada debba essere chiusa e che possa essere riaperta solo dopo un’ispezione. La popolazione è inferocita e c’è stata una protesta da parte di un centinaio di studenti che non possono più raggiungere le loro scuole. Comune e città metropolitana intanto si scambiano lettere di fuoco su chi abbia la responsabilità di intervenire.

Non è facile per Legnini sbrogliare la situazione. Anche perché a un mese di distanza dal disastro nessuno fuori da Ischia parla più della frana. Per l’opinione pubblica, il caso è chiuso. Colpa e colpevoli sono stati individuati: l’abusivismo edilizio e gli ischitani che lo hanno praticato costruendo in spregio a ogni regola estetica e di sicurezza «seconde case in riva al mare», «villette», «ecomostri», «palazzine» e «mansarde di lusso». Con i corpi delle vittime ancora sotto il fango, gli ischitani sono stati descritti come indigeni riottosi e folkloristici. «Si credono i padroni dell’isola», ha detto un magistrato a lungo impegnato negli abbattimenti degli abusi.

La cifra di 27mila pratiche di condono ancora pendenti nell’isola è stata sbandierata come se da sola fosse sufficiente a spiegare cosa è accaduto e a rendere inutile ogni altro ragionamento. Chi proprio voleva salvare i poveri abitanti dell’isola da almeno una parte del biasimo incolpava i politici locali, la camorra e i ricchi napoletani, arrivati a costruirsi ricche ville e grandi hotel. In ogni caso, la frana sembrava meritata. Un castigo divino non solo all’isola di Ischia, ma a tutto il sud che alla fine, era il ragionamento implicito, è la vera causa delle sue disgrazie.

Nell’isola di Ischia c’è una lunga storia di misfatti che sembrano giustificare questo pregiudizio. I giornali locali e i tavoli dei bar sono un serbatoio inesauribile di storie di piccole e grandi miserie fatte per sopravvivere o arricchirsi. Dai falsi comitati di terremotati alle richieste a un parente in regione affinché la zona rossa non includa un certo hotel. Aggiungete il carattere focoso degli isolani e avrete un colpevole perfetto.

Secondo Nunzio Capuano c’è un fondo di verità in questa storia. «Hai letto Focault? La colpa parte sempre dal basso». Capuano ha 34 anni anni e ha studiato giurisprudenza a Salerno prima di tornare a Casamicciola. Si è salvato dalla frana solo perché la sua casa, una scatoletta che è quasi una baracca, si trova su un masso e il fango gli è girata attorno. «Buio, frastuono e desolazione» è tutto ciò che dice di ricordare di quella notte.

«Guarda cos’è successo l’altro giorno con Legnini – dice – Si sono presentati in 150 con 150 prospettive diverse. Più parole si dicono più si va in confusione. Manda uno che parla per tutti chiaro. Trova un paesano che ha pochi scheletri e lo fai parlare. Invece no, ognuno ha da dire la sua. Per me il problema siamo noi. Io credo che sia vera la leggenda dell’isola di Pithecusa, l’isola delle scimmie. C’è dentro di noi qualcosa di quel dna che a volte ci rende dispettosi, cattivi».

La rassicurante spiegazione degli isolani indisciplinati e un po’ camorristi avanzata sui giornali, però, non lo convince. «È anomalo che un cittadino si faccia la casa abusiva, ma non è normale nemmeno che a 40 anni dal primo condono ci siano ancora 27mila pratiche in sospeso. È colpa nostra anche questo?». Secondo gli impiegati del comune di Casamicciola, quasi il 60 per cento delle richieste di condono pendenti risale al 1985. La gran parte delle altre a quello del 1994.

Secondo Capuano, la responsabilità comincia dal basso ma non si ferma lì. Come spiegare altrimenti che nella bozza del piano di ricostruzione post terremoto presentata dalla regione pochi giorni prima della frana, la zona di via Celario era indicata come un’area da riqualificare con abitazioni per i terremotati? Come spiegare che le carte del rischio idrogeologico realizzate dall’autorità di bacino indicavano proprio quell’area come una zona bianca, senza rischi?

Franco Impagliazzo, operaio in pensione e responsabile della protezione civile dal terremoto del 2017 gestisce una baracca nel centro della zona rossa in cui distribuisce cibo e bevande calde (Foto Dmd)

Via Celario

Via Celario è lontana dal mare e qui non ci sono né ecomostri, né palazzine. Ci sono case di persone normali, lavoratori e lavoratrici, che lì, ai piedi della montagna, hanno portato a vivere i loro figli. Perché la gente ha scelto di vivere qui, spesso senza avere le carte in regola per farlo? Quasi tutti nell’isola risponderebbero come Nicola Di Iorio: «Ischia è piena di vincoli, non puoi mettere neanche una pietra a terra. Però la popolazione aumenta, che facciamo emigriamo tutti?».

Suo padre, ex capitano di nave, è stato uno dei primi a costruire una casa in questa zona, un tempo usata dai contadini “cellari” per conservare il vino. Altri “imbarcati” lo hanno seguito, mettendo a frutto i buoni stipendi che si guadagnano in mare per costruirsi una casa lontano dal trambusto del lungomare. Erano gli anni Settanta del boom turistico ed edilizio, della “rapallizzazione” delle coste italiane, in cui in nome dello sviluppo economico lo stato chiudeva entrambi gli occhi sugli abusi commessi da nord a sud.

In quel periodo, ad Ischia, la popolazione è passata da 39 a 65mila abitanti e i vani costruiti da 40 a 100mila. Parisio Iacona è stato sindaco in un momento chiave di quegli anni, tra il 1976 e il 1981, quando la popolazione si moltiplicava e i turisti iniziavano a invadere l’isola. «In estate da cinquemila abitanti diventavamo 25mila. Scoppiavano tutti i servizi e passato il 15 agosto pregavo Gesù: “Fai venire a piovere”, così si pulivano le strade e se ne andava qualche turista».

Tutti volevano costruire e partecipare al boom, ma il reticolo di vincoli all’edificazione e il tortuoso processo burocratico per farsi autorizzare rendeva la via legale poco attraente. E in ogni caso il minuscolo comune di Casamicciola con la sua dozzina di dipendenti non era in grado di stare dietro alle richieste. Iacona dice che firmava dieci ordinanze di demolizione al giorno, ben sapendo che come i suoi colleghi in tutta Italia non avrebbe mai avuto le forze per metterli in atto. «All’ufficio tecnico al posto di un ingegnere c’era un diplomato motorista – dice – Gli altri al massimo avevano la licenza superiore e nemmeno tutti». Iacona, un semplice «geometra di montagna» di 26 anni era il più qualificato.

Negli ultimi due decenni, il blocco delle assunzioni nel settore pubblico e il taglio dei trasferimenti ai comuni ha riportato Casamicciola agli anni Settanta. I dipendenti sono tornati ad essere una dozzina e mancano quattro dirigenti. L’ingegnere dell’ufficio tecnico è un consulente a contratto e se le assunzioni straordinarie di impiegati per l’emergenza terremoto, quelli che chiamano i “sismici”, hanno reso in qualche modo gestibile l’ordinario, mancano le risorse per far fronte a questa situazione straordinaria. È la storia di migliaia di altri comuni in Italia, ma che in questo territorio così fragile ha avuto conseguenze molto più gravi che altrove.

Nicola Amalfitano, detto “Nicolino”, è stato tra i volontari che il 6 dicembre, a due settimane all’alluvione, hanno trovato il corpo di Maria Teresa Arcamone, l’ultima dispersa nella frana (Foto Dmd)

Le responsabilità

«Il caso di Ischia è un caso di sfascio istituzionale e di sfascio delle competenze. Hanno fallito i comuni, la regione, le autorità e lo stato centrale. Il concerto istituzionale è stato un fiasco che è durato per 70 anni». Giuseppe Mazzella misura i fallimenti istituzionali italiani con i suoi anni d’età.

Nato nel 1949, casamicciolese da generazioni, Mazzella è cresciuto in un albergo, respirando l’atmosfera internazionale che aleggiava sull’isola quando i suoi turisti provenivano quasi esclusivamente dal jet set europeo e dall’alta borghesia italiana. Ventisei anni trascorsi all’ufficio stampa della provincia di Napoli, altrettanti come corrispondente dell’Ansa dall’isola e un’intera vita spesa in politica a studiare e discutere i problemi della sua isola, Mazzella ha fondato riviste e centri studi, ha organizzato convegni e lottato per abolire la follia dei sei comuni che si dividono l’isola.

Per decenni ha usato ogni mezzo per portare ad ogni livello istituzionale un solo messaggio: un’isola fragile come Ischia ha bisogno di pianificazione. Con 65mila abitanti che per metà dell’anno diventano 300mila, costruzioni ammassate intorno a un vulcano spento, uno sviluppo economico tumultuoso e ormai maturo, l’isola non può essere lasciata alle forze selvagge del mercato, agli spiriti animali dei suoi abitanti e degli speculatori che vengono da fuori. «Ma pianificare significa dire no a te e sì a me – dice Mazzella – La scelta della pianificazione è sempre dolorosa e le classi politiche hanno tentato di dire sì a tutti quanti per clientelismo».

In un libretto pubblicato dieci anni fa, “Ischia, la pianificazione mancata”, Mazzella ripercorre tutte le tappe di questa folle corsa senza autista, una vicenda dalle tinte grottesche in cui i governi con una mano approvavano leggi per tutelare l’isola come se fosse un museo invece che una città che d’estate ha gli stessi abitanti di Catania, e con l’altra finanziavano costruzioni e infrastrutture con la Cassa del mezzogiorno, approvavano condoni e rendevano commerciabili gli abusi edilizi.

Il paradosso, dice Mazzella, è che «Ischia è un caso emblematico di successo delle politiche meridionaliste di sviluppo». L’isola di poveri pescatori e contadini si è arricchita. Il reddito medio rimane basso per gli standard italiani, ma a differenza di tanti altri luoghi del sud non è più un territorio di emigrazione, ma di immigrazione.

Ma questo sviluppo è avvenuto in maniera selvaggia e con la complicità di tutti. I comuni hanno lasciato costruire case di fortuna in mezzo ad alveoli pericolosi non segnati sulle carte dell’autorità di bacino che con un pugno di tecnici che devono mappare mille chilometri quadrati ognuno non è in grado di aggiornare i suoi studi. La regione ha trattato l’isola come un serbatoio di voti e lo stato come una colonia fastidiosa. Quando la crisi ha spinto le persone a tornare a vivere ai margini dell’isola, l’incuria e l’abbandono gli sono costati la vita. 

Ma se tutti sono colpevoli significa che non c’è nessun colpevole? «Significa che non serve puntare il dito, ma che bisogna pensare a come risolvere il problema – dice Mazzella – Una legge speciale per Ischia, un commissario vero, che arrivi qui, con i poteri di un dittatore romano». Ma significano anche soldi. E il capitale politico per farlo.

Pochi giorni dopo il suo sbarco a Pozzuoli, il commissario Legnini annuncia il suo intervento sulla situazione della litoranea: la responsabilità di riparare la scarpata è della provincia, stabilisce, e annuncia una convocazione di tutte le parti interessate per coordinare un piano d’azione. I giornali locali scrivono che ci vorranno mesi soltanto ad ascoltare tutti i pareri. Se chiedi agli ischitani se pensano che con Legnini sia arrivato il loro Cincinnato scrollano le spalle e alzano gli occhi al cielo che, da un mese, non guardano più come prima.

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