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Il Patto Trasversale per la Scienza ai partiti: «Fondi PNRR strutturali»

L’Italia non è un paese per ricercatori. Nel Belpaese, secondo l’OCSE, su 1.000 lavoratori solo 6,5 sono impegnati nel settore della ricerca, rispetto a 13,4 in Francia e 10,1 in Germania e 9,2 in Europa. Male anche l’investimento complessivo: nel 2020 è stato dell’1,5% del PIL in Italia, del 2,3% in Francia, del 3,1% in Germania e al di sotto della media europea pari a 2,2%.

Una situazione che ha spinto il Patto Trasversale per la Scienza a prendere carta e penna e a scrivere a tutti i partiti per chiedere cosa intendono fare su questo punto. «Al momento, però, non abbiamo avuto praticamente nessuna risposta, il tema della ricerca sembra scomparso» spiega il professor Guido Poli, professore di Patologia generale all’Università Vita-Salute San Raffaele, che ha a lavorato al documento insieme ad altri professori e ricercatori tra cui l’endocrinologo Vincenzo Trischitta. Nella lettera, firmata anche dal farmacologo Silvio Garattini, si chiede ai partiti cosa intendono fare per rendere strutturale l’aumento di fondi generato dal PNRR e se intendono migliorarne la gestione dei fondi creando un’Agenzia Centrale della Ricerca Scientifica, sottratta alle regole dell’amministrazione pubblica ed indipendente dalla pressione dei partiti politici. «Serve un’agenzia unica svincolata dal controllo dei partiti. C’è in tutti i paesi europei e anche negli Stati Uniti. Sarebbe un passo avanti nella direzione di portare l’Italia al rango che merita» spiega Poli. Se non si interverrà, il rischio è quello di perdere gran parte dei fondi europei che per altro, ricorda Poli, vengono stanziati con il meccanismo del match-funding: l’Europa concede il finanziamento se già ce n’è uno da parte dello Stato membro.

Professore, il tema della ricerca sembra fuori dai radar di questa campagna elettorale…

«In effetti non è ai primi posti».

Cosa chiede ai partiti il Patto Trasversale per la Scienza sul fronte della ricerca?

«Il tema della ricerca è un tema ampio. Noi abbiamo fatto la scelta di focalizzarci su due punti. Il primo è inerente alla trasformazione del PNRR da finanziamento eccezionale a strutturale. Un tema che la senatrice a vita Elena Cattaneo ha anticipato già da diverso tempo. Abbiamo scelto di fare un documento tecnico e non divulgativo perché ci siamo rivolti ai leader di partito. Al momento, però, non abbiamo avuto praticamente nessuna risposta».

Più soldi per fare cosa?

«Oggi abbiamo una carenza strutturale cronica di personale, soprattutto giovani e donne rispetto alla media europea. Chiediamo semplicemente qual è il programma dei singoli partiti per far fronte a questo tipo di carenze. Il secondo punto è rilanciare quella proposta, che tra i fautori vede anche il farmacologo Silvio Garattini firmatario di questa lettera del PTS, volta a creare un’Agenzia unica della ricerca. Questo è un tema che non trova un consenso unanime nella comunità scientifica. C’è chi ritiene che creare un’agenzia ulteriore significa creare una nuova ulteriore sovrastruttura burocratica. Noi invece riteniamo che questo servirebbe a ridurre l’influenza dei tanti centri di potere che si spartiscono la piccola torta del finanziamento della ricerca italiana. Sono un universitario e conosco bene i meccanismi alla base dei finanziamenti universitari. Serve un’agenzia unica svincolata dal controllo dei partiti. C’è in tutti i paesi europei e anche negli Stati Uniti. Sarebbe un passo avanti nella direzione di portare l’Italia al rango che merita».

Quanto pesa la precarietà della carriera del ricercatore?

«Non poco. Noi chiediamo infatti più investimento sui giovani, con particolare riferimento alle donne, sfruttando i meccanismi del PNRR. Ma non devono essere due-tre anni di bengodi e poi torna tutto come prima. L’iniezione finanziaria deve servire a far fare un salto di qualità strutturale. Ai partiti chiediamo cosa hanno in mente su questi due punti».

Il ritardo rispetto all’Europa sul tema della ricerca quanto pesa?

«Molto. Non è un tema di oggi. Le faccio un esempio: i finanziamenti europei molto spesso funzionano con il meccanismo del match-funding. Se il governo o l’università mettono un finanziamento di X milioni su un tema l’Europa può raddoppiarlo, se non c’è il finanziamento di partenza l’Europa non dà soldi. La logica è quella della premialità di qualcosa che già esiste nella singola nazione. Ma se non c’è, il problema è a monte».

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