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Protesta dei dipendenti di Anzio, la contestazione tra diritto e privilegio

E’ diventata motivo di scontro tra il Sindaco De Angelis, il Comandante Arancio e i Sindacati la contestazione di una parte dei dipendenti del Comune di Anzio che chiedono di non cambiare l’orario di lavoro, grazie al quale oggi se si lavora nel fine settimana, si ha diritto a due giorni di riposo infrasettimanali.

Una premessa bisogna farla: siamo sindacalisti. Ci piacciono i diritti dei lavoratori perché lavoriamo, siamo lavoratori e perché è importante lavorare in un quadro di certezze e diritti. Detto questo la lunga lettera di contestazioni che abbiamo letto a firma dei Sindacati con una serie di appunti su concorsi, straordinari, salario accessorio, bonus, punteggi e vario lascia il tempo che trova. Per queste questioni un accordo si trova sempre. Un accordo di legge, legato alla contrattazione nazionale e a normative che se non sono applicate lo saranno.  Necessariamente. Il nodo, ci sembra evidente, è l’orario modificato della Polizia locale.

Certamente una conquista, ottenere due giorni di stop dopo aver lavorato nel weekend, probabilmente ottenuta in un momento in cui la gestione del lavoro era più semplice. Da anni la pubblica amministrazione, i comuni, stanno vivendo un percorso di impoverimento di personale, di servizi. La Polizia locale di Anzio è sottodimensionata in modo gravissimo, meno della metà di quanti sarebbe necessario, con una stagione estiva che vede triplicare la popolazione presente. Meno di 50 vigili per 200mila persone nei mesi estivi, la necessità di turni notturni. Impensabile. Servono i rinforzi, servono in fretta, tante le cose da fare per migliorare la situazione di chi ogni giorno è su strada, di fronte ai cittadini, non sempre civili. Ma in attesa dei concorsi, in attesa che la Pubblica amministrazione sia in grado di muoversi nella giusta direzione, in attesa che si trovino le risorse necessarie e garantire alcuni diritti, in questo particolare momento storico il cambiamento dell’orario, la necessità di lavorare un giorno in più è un fatto antipatico, ma dire no è impensabile. Dire no non è più un diritto ma un privilegio.

Il lavoro pubblico deve rispondere ad un’etica e un impegno straordinari, lavorare per i cittadini è un privilegio. Chi lavora per lo Stato, per i Comuni ha uno stipendio sicuro, un impiego che non si rischia di perdere, delle sicurezze che vanno ripagate, soprattutto quando serve, quando si vivono momenti storici che si spera non si debbano mai più ripetere. Quando è necessario prevedere bonus per chi non lavora, quando si chiudono le fabbriche, i negozi, le scuole, quando si fa fatica ad arrivare a fine mese, quando la questione di orario, che di norma è una battaglia sacrosanta, fa alzare un sopracciglio e di fronte a mezza nazione priva di ogni tutela fa riflettere su un’Italia a due velocità, una con molti (e tutti sacrosanti) diritti e un’altra NO. E’ proprio in questa situazione che i diritti possono poi sembrare privilegi, che il malessere sociale si radicalizza, che lo scontro diventa metodo di dialogo. E non è il caso. Davvero. (dr)

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